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La Puglia prova a bissare l’esperimento del “social housing” di successo in Emilia Romagna

Si chiama social housing ed è una scelta obbligata per l’edilizia del futuro anche in Puglia. Questo modello abitativo sostenibile, che sta prendendo sempre più piede in regioni come Lombardia ed Emilia Romagna, permette di offrire alloggi a prezzi o canoni calmierati (30-40% inferiori alla media di mercato) per la cosiddetta «fascia grigia» della popolazione, ovvero coloro che hanno un reddito troppo alto per l’edilizia popolare ma insufficiente per il libero mercato.

In un momento in cui la nostra regione, anche a causa del boom turistico, vive una pressione abitativa senza precedenti, è uno dei punti principali che l’Ance Puglia ha messo al centro delle proprie richieste nei confronti della Regione, insieme a un quadro normativo chiaro e stabile che regoli un settore che rappresenta il 13% del Pil e il 37% della forza lavoro pugliese, nei prossimi anni. «Un modo per trattenere i nostri giovani – spiega il presidente Ance Puglia, Gerardo Biancofiore – che chiedono semplicemente un lavoro stabile e una casa accessibile».

Questa tipologia di costruzioni punta su alta efficienza energetica e basso impatto ambientale. Sono progettate per favorire la socialità, includendo spesso aree comuni come orti urbani, lavanderie, spazi di coworking e sale gioco. Rispetto all’edilizia residenziale popolare, che viene realizzata interamente con risorse pubbliche, il social housing prevede una partnership con i privati. In alcune regioni hanno preso piede diverse soluzioni condotte da investitori con attese di ritorno nel lungo periodo cosiddetto «capitale paziente». Tali iniziative mirano allo sviluppo di nuove realtà abitative sostenute, in forma di agevolazioni, sussidi o incentivi fiscali, dalle amministrazioni locali, in particolare Regioni e Comuni, in cambio di accordi sui prezzi di locazione e di vendita.

Quanto al consumo di suolo, l’Ance Puglia accoglie favorevolmente anche il Ddl sulla rigenerazione urbana di cui si sta discutendo in questi giorni al Senato. Prevede tra le altre cose: premi volumetrici fino al +30%, 25% regionali +5% in casi qualificati; delocalizzazione di edifici in aree a rischio idrogeologico, con siti alternativi e bonus volumetrici se si migliorano le prestazioni energetiche e ambientali; l’istituzione di un fondo nazionale da 3,4 miliardi di euro (2026-2037) per finanziare interventi di riqualificazione urbana; maggiore attenzione al contrasto al cambiamento climatico attraverso interventi di ripermeabilizzazione, forestazione urbana, riduzione delle isole di calore. Ovviamente il tutto dovrà essere «tarato» a livello amministrativo locale. La proposta prevede infatti conferenze di servizi semplificate per ridurre al minimo la parte burocratica.

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