I fotografi stanno già montando i flash sul red carpet davanti al Dolby Theatre. Tra poche ore passeranno abiti da milioni di dollari, produttori nervosi e attori che fingono disinvoltura. Ogni anno Hollywood si racconta una storia su se stessa. La chiama notte degli Oscar, ma in realtà è un rituale: un gigantesco show in cui l’industria del cinema celebra il proprio mito, elegge nuovi idoli e, inevitabilmente, porta sul tappeto rosso anche le sue contraddizioni.
La 98esima edizione degli Academy Awards si tiene oggi a Los Angeles, con Conan O’Brien alla conduzione, e arriva dopo una stagione dei premi trale più imprevedibili degli ultimi anni. Per capire quanto lontano siano arrivati gli Oscar bisogna fare un piccolo salto indietro. La prima cerimonia si tenne il 16 maggio 1929 al Roosevelt Hotel di Hollywood: un banchetto elegante per appena 270 invitati, biglietti da cinque dollari e una premiazione durata un quarto d’ora. I vincitori, tra cui Janet Gaynor e Emil Jannings, erano già noti alla stampa da settimane.
Nessuno avrebbe immaginato che quel piccolo rituale creato dall’Academy – fondata nel 1927 su impulso del produttore Louis B. Mayer – sarebbe diventato il più potente spettacolo mediatico del cinema mondiale. I favoriti della stagione Oggi il palcoscenico è infinitamente più grande. Il film che domina la corsa è «Sinners» di Ryan Coogler, arrivato con 16 nomination, un record assoluto per l’Acade – my: un kolossal cupo e politico che ha conquistato criticae pubblico. Manon èdetto che sia lui a vincere la battaglia finale.
Molti osservatori indicano comefavorito «One Battle After Another» di Paul Thomas Anderson, film più autoriale e stratificato, sostenuto da una stagione di premi impressionante. La sensazione resta quella di una sfida tra due idee di cinema: da una parte lo spettacolo popolare, dall’altra il grande film d’autore che piace agli elettori dell’Academy. Intorno a questa rivalità orbitano i grandi nomi della serata: Leonardo DiCaprio, Michael B. Jordan, Timothée Chalamet e Wagner Moura tra gli attori candidati, mentre Jessie Buckley sembra avere un vantaggio nella corsa alla statuetta come miglior attrice per «Hamnet».
Ma la notte degli Oscar non è mai soltanto una questione di film. È anche un teatro di reputazioni, e in queste ore uno dei protagonisti più attesi – il buon Chalamet – è finito al centro di una polemica che ha cambiato il clima della vigilia. Durante una conversazione pubblica sul futuro dello spettacolo, l’attore ha liquidato opera e balletto come arti che non bisognerebbe «tenere in vita se non interessano più a nessuno».
La frase, diventata virale, ha scatenato una reazione immediata: artisti, ballerini e istituzioni culturali gli hanno rimproverato una superficialità sorprendente, soprattutto considerando che la madre e la nonna di Chalamet sono state entrambe danzatrici. A Hollywood le polemiche non durano mai molto, ma durano abbastanza da cambiare l’umore di una votazione. Come se non bastasse, la vigilia dell’evento è stata attraversata anche da una controversia politica. L’attore palestinese Motaz Malhees, coinvolto nel film internazionale «The Voice of Hind Rajab», ha dichiarato di non poter partecipare alla cerimonia a causa delle restrizioni sui viaggi verso gli Stati Uniti legate ai documenti dell’Auto – rità Palestinese.
Un caso che ha riportato sotto i riflettori il rapportosempre delicatotra Hollywood e la geopolitica. E così, mentre il rullo di tamburiègià iniziato,lanotte degli Oscar torna a essere ciò che è sempre stata: un miscuglio di glamour, potere e attesa. Un posto dove si celebra il cinema, certo, ma anche dove Hollywood misura la propria immagine davanti almondo.Per unanotte,l’in – dustria dei sogni proverà ancora a sembrare soltanto una festa. Ma sotto le luci dei flash, come sempre, si capirà qualcosa di più su ciò che il cinema vuole raccontare, e su ciò che preferirebbe dimenticare.









