L’odio, l’amore, poi la morte, che tutto sana e distrugge. È dentro questa sequenza elementare che si muove la voce narrante di Hélèna prima della Rivoluzione, come se la vita potesse essere ricondotta a pochi eventi decisivi, briciole sulla tavola a fine pasto, e memoria che tiene i pezzi insieme, quando tutto è già accaduto.
Un’unica patria
A parlare è un uomo anziano che guarda indietro alla propria giovinezza dalla distanza di una vita intera. Stepán Tverskòj, un tempo principe senza patrimonio, poi avvocato, poi testimone della fine della Russia imperiale. Il suo racconto nasce dal bisogno di tornare a un’estate precisa, quella del 1913, quando si innamorò di Hélèna Karamzina, moglie di un uomo ricco e potente.
Un romantico novecentesco, il cui destino si potrebbe racchiudere in una frase: aver amato una donna e una Rivoluzione più del necessario. In questa misura eccessiva, quasi morale, Maria Gabriella Giannice costruisce un romanzo di reminiscenza, prima ancora che una storia d’amore o un racconto storico.
Prima un invito a mezza bocca — «Aspettami domani» — e da quel momento i ricordi che si dispongono sul tavolo come foto tessere, una serie di scene illuminate da una luce sempre più lontana. La narrazione procede come una confessione tardiva, dove ogni gesto del passato viene osservato con una lucidità che solo il tempo può concedere.
L’estate del desiderio
Il centro del romanzo è l’estate trascorsa nella campagna russa, dove Stepán affitta una piccola casa per incontrare Hélèna lontano da Pietroburgo. In quei mesi la loro relazione si sviluppa come un duello sentimentale, fatto di attese, silenzi, orgoglio e calcolo. Entrambi sono giovani, intelligenti, incapaci di arrendersi completamente al sentimento.
La scrittura insiste sui movimenti interiori più che sugli eventi: l’attenzione con cui Stepán osserva Hélèna, il piacere di rimandare un incontro, la volontà di dominare il desiderio invece di abbandonarvisi. L’amore appare come una forma di conoscenza reciproca e insieme come un gioco di potere.
Intorno a loro si muove un mondo che sta per scomparire: nobiltà decaduta, nuovi ricchi, provincia immobile, salotti di Pietroburgo ancora convinti della propria eternità. La Storia resta sullo sfondo, percepibile come una tensione che cresce lentamente senza ancora mostrarsi.
Quando i due progettano la fuga verso l’Europa, l’amore diventa decisione concreta e rischio reale. La giovinezza dei protagonisti si riconosce nella sicurezza con cui immaginano il futuro e nella loro incapacità di prevedere ciò che verrà.
Dopo l’amore, il tempo
La parte finale del libro cambia lentamente tonalità. L’amore si misura con la fragilità del corpo, con la malattia, con la separazione e con il passare degli anni. La Rivoluzione entra nella vita del narratore come un destino storico inevitabile, ma non cancella la retrospettiva privata, al contrario la accompagna.
Stepán sopravvive agli sconvolgimenti del suo tempo e continua a vivere portando con sé l’immagine di quell’estate lontana. Il racconto diventa sempre più essenziale, come se la memoria conservasse solo ciò che è davvero necessario.
Nel ritorno finale ai luoghi del passato, il narratore comprende che la felicità è esistita in un tempo preciso e irripetibile. Tutto ciò che è venuto dopo — guerre, ideologie, trasformazioni — sembra disporsi attorno a quel nucleo originario.
Giannice costruisce così una voce narrativa credibile e malinconica, nel tempo e fuori dal tempo, capace di tenere insieme educazione sentimentale e destino storico, senza separare mai le due dimensioni. La lingua è controllata, limpida, attraversata da una nostalgia che nasce dalla consapevolezza e non dal rimpianto.
Alla fine resta l’impressione che i ricordi siano l’unico luogo dove il tempo possa essere ricomposto, e che l’amore, quando è stato vissuto davvero, continui a esistere nella coscienza di chi ricorda molto più a lungo della storia che lo ha attraversato.










