La richiesta di aiuto di Donald Trump resta sospesa nel vuoto. Molti Paesi, si è detto certo il tycoon senza lesinare nomi a favor di social network, sarebbero pronti a inviare unità navali per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz.
Ma dalle capitali alleate non è arrivata alcuna adesione. Dall’Asia all’Europa prevale la cautela, dettata dal timore di restare invischiati nella crisi, anche alla luce degli avvertimenti rivolti da Teheran alla comunità internazionale, esortata ad «astenersi da qualsiasi azione che possa portare a un’escalation». All’indifferenza della Cina ha fatto da contraltare la Corea del Sud, l’unica ad aprire all’istanza americana sia pure limitandosi a esaminarla «con attenzione». Più freddo il tono del Giappone che ha subito ridimensionato le aspettative: una decisione del genere – ha fatto sapere Tokyo – richiederebbe «valutazioni approfondite» e «l’asticella è molto alta».
Una riflessione che si fa strada anche a Bruxelles, dove si valuta l’ipotesi di rafforzare l’operazione navale europea Aspides nel mar Rosso, trovando tuttavia i Ventisette già divisi e una netta contrapposizione tra Parigi e Berlino.
Le riflessioni
I Paesi colpiti dallo stop al petrolio «non solo si sono impegnati» a inviare navi, «ma ritengono che sia un’ottima iniziativa», ha azzardato Trump, chiamando in causa anche gli alleati europei senza, tuttavia, trovare l’eco sperata. Da Londra la linea resta prudente. Il governo britannico è «in contatto con gli alleati, Stati Uniti compresi» e sta valutando «tutte le opzioni possibili» per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ha spiegato il ministro dell’Energia Ed Miliband, ribadendo che la rotta resta una «priorità». Per i dettagli operativi, però, è ancora presto. Parigi, invece, tace in pubblico ma si muove dietro le quinte con l’intenzione di rafforzare l’operazione navale dell’Ue dispiegata dal 2024 nel Mar Rosso per proteggere il traffico commerciale dagli attacchi degli Houthi. Nelle prossime ore i ministri degli Esteri europei avranno un primo giro di tavolo su un possibile potenziamento dell’operazione, il cui comando navale è affidato all’Italia.
Le opzioni
A Bruxelles si ragiona su «diverse opzioni», tra cui il rafforzamento delle navi disponibili e sulla capacità di intercettare le minacce.
Un’ipotesi accolta con favore dal vicepremier Antonio Tajani, che si è detto pronto a «rafforzare la missione per tutelare i commerci» italiani e continentali, pur mantenendo ferma la linea rossa di un coinvolgimento diretto a Hormuz. Una linea che dovrà però essere calibrata anche nei confronti di Washington.
Il titolare della Farnesina incontrerà anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e non si esclude che l’olandese possa vedere anche Giorgia Meloni a margine del vertice europeo del 19 e 20 marzo, per fare il punto sull’impegno italiano nel campo della difesa.
Con l’aggravarsi della crisi energetica, non viene esclusa l’ipotesi di fare un passo ulteriore e rivedere il mandato di Aspides per consentirle di operare anche a Hormuz. Una strategia che resta però delicata, con il rischio di trasformare un’operazione difensiva in un intervento attivo – con scorte ravvicinate o azioni dirette contro le minacce – finendo per trascinare l’Europa nel conflitto.










