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Ex Ilva, la Cassazione rigetta i ricorsi: l’area a caldo dello stabilimento di Taranto si ferma

Per i giudici delle Sezioni Unite Civili della Suprema Corte, l’impianto industriale resta pericoloso per la salute umana a causa delle emissioni

Ex Ilva, la Cassazione rigetta i ricorsi: l’area a caldo dello stabilimento di Taranto si ferma
Lo stabilimento ex Ilva di Taranto

La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi straordinari presentati da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando in via definitiva il decreto della Corte d’Appello di Milano che dispone lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Per i giudici delle Sezioni Unite Civili della Suprema Corte, l’impianto industriale resta pericoloso per la salute umana a causa delle emissioni di polveri sottili in atmosfera e della presenza di amianto negli altiforni.

La decisione chiude un complesso percorso giudiziario promosso dai cittadini di Taranto, che si sono costituiti in giudizio contro i vertici dell’azienda, con tappe che hanno coinvolto il Tribunale e la Corte d’Appello di Milano – città dove Acciaierie d’Italia ha la sede legale – e la Corte di Giustizia europea di Lussemburgo.

I giudici sottolineano che «l’accertamento svolto dai giudici di merito circa la sussistenza dei pericoli “gravi e rilevanti” che impongono la sospensione dell’attività sia congruamente fondato sulle complessive risultanze istruttorie e informato al principio di precauzione, senza violare il principio di proporzionalità».

La Cassazione ha confermato il decreto della Corte d’Appello di Milano, che aveva assegnato 90 giorni per completare le operazioni di sospensione degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. Fino ad ora gli impianti sono però rimasti in pre-riscaldo dopo il decreto varato dal governo, che ha permesso ai commissari di mantenerli in questa condizione almeno fino alla pronuncia della corte di Cassazione e comunque non oltre il 15 dicembre.

Tra le motivazioni della decisione viene anche richiamata l’evoluzione della direttiva Ue 2024/2881 «relativa alla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa (riifusione)», che «fissa parametri ancora più severi in tema di particolato (PM10 e PM2,5), sia sotto il profilo qualitativo che sotto quello quantitativo».