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2046, Delbene: «Il futuro non si prevede, lo si immagina assumendosi la responsabilità di costruirlo» – L’INTERVISTA

Daniele Delbene, nato a Genova nel 1978 e cresciuto a Levanto, si forma politicamente fin da giovanissimo, arrivando a guidare i giovani socialisti liguri e a fondare, nei primi anni Duemila, la «Costituente per il Partito Socialista Europeo». Ha collaborato con Rino Formica nell’esperienza di «Socialismo è Libertà» e negli anni ha intrecciato impegno politico,…
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Daniele Delbene, nato a Genova nel 1978 e cresciuto a Levanto, si forma politicamente fin da giovanissimo, arrivando a guidare i giovani socialisti liguri e a fondare, nei primi anni Duemila, la «Costituente per il Partito Socialista Europeo». Ha collaborato con Rino Formica nell’esperienza di «Socialismo è Libertà» e negli anni ha intrecciato impegno politico, attività sindacale e scrittura. Tra i promotori, nel 2024, del Manifesto per la Libertà, la Giustizia e l’Umanesimo, oggi vive in Emilia, continua a seguire il dibattito pubblico ed è autore del recente libro 2046. Come sarà. Come potrebbe essere.

Lei afferma che il futuro non è qualcosa da prevedere, ma da immaginare. Perché?

«Chiedersi “come sarà” il futuro presuppone che la realtà segua un percorso lineare, quasi inevitabile. Ma la storia dimostra che non è così: eventi imprevisti, crisi, innovazioni e trasformazioni sociali possono modificare rapidamente il corso delle cose. È più utile domandarsi “come potrebbe essere”, perché questa domanda apre uno spazio di responsabilità. Significa riconoscere che il futuro non dipende soltanto da fattori esterni, ma anche dalle scelte collettive e individuali».

In che modo tecnologia e comunicazione stanno trasformando le aspettative delle persone, soprattutto dei giovani?

«Le nuove tecnologie hanno ridotto le distanze e ampliato l’accesso alle informazioni. Oggi un ragazzo può conoscere in tempo reale realtà sociali, stili di vita e opportunità che un tempo restavano lontani o addirittura sconosciuti. Questo produce nuove aspirazioni e nuovi desideri, non soltanto materiali ma anche legati ai diritti, alla libertà di movimento, alla qualità della vita. È un cambiamento profondo, perché modifica il modo in cui ciascuno percepisce il proprio posto nel mondo».

Queste trasformazioni hanno anche conseguenze sulle relazioni sociali e sul senso di comunità?

«Certamente. Le modalità di interazione sono cambiate: in molti casi non esiste più un luogo fisico come punto di riferimento per costruire relazioni o identità. Le comunità possono nascere e svilupparsi anche a distanza, attraverso strumenti digitali. Questo amplia le possibilità di contatto, ma può indebolire alcuni legami tradizionali e rendere più complesso il senso di appartenenza».

Quali effetti concreti prevede sul piano sociale ed economico nei prossimi anni?

«Uno degli effetti più evidenti potrebbe essere l’ampliamento delle disuguaglianze, se i cambiamenti non verranno governati. Alcuni settori e alcuni gruppi sociali avranno più opportunità, mentre altri potrebbero trovarsi in difficoltà, per esempio sul piano del lavoro o dell’accesso alla casa. Allo stesso tempo, però, le stesse trasformazioni aprono possibilità nuove: riduzione dei tempi di lavoro, maggiore disponibilità di servizi, nuove forme di partecipazione alla vita economica. Non è il cambiamento in sé a determinare l’esito, ma il modo in cui viene gestito».

Lei insiste molto sul tema della redistribuzione delle ricchezze e dei diritti. Perché lo considera centrale?

«Perché in un mondo globalizzato le ricchezze non sono più prodotte e distribuite entro i confini di un singolo Stato, ma su scala molto più ampia. Se non esistono regole comuni, si crea uno squilibrio sempre più forte tra chi accumula risorse e chi ne resta escluso. Redistribuire non significa soltanto trasferire denaro, ma garantire accesso ai diritti fondamentali: istruzione, sanità, lavoro dignitoso, partecipazione sociale. Senza questi elementi non esiste una vera democrazia e non esiste vera libertà».

In questo scenario, che ruolo dovrebbero avere le istituzioni sovranazionali?

«Dovrebbero diventare più forti e più democratiche. I grandi processi economici e finanziari superano ormai da tempo i confini nazionali, mentre le regole restano spesso locali. Questo squilibrio rende difficile governare fenomeni globali. Servirebbero istituzioni capaci di stabilire regole comuni, di garantire diritti e di coordinare politiche economiche e sociali. Non per cancellare gli Stati, ma per affiancarli e rafforzarne l’azione».

Lei parla anche di Stati Uniti d’Europa. Che cosa intende con questa espressione?

«Non mi riferisco semplicemente all’Unione Europea così come esiste oggi, ma a un’Europa federale, rappresentativa e realmente democratica. Un’Europa che non sia soltanto un insieme di norme economiche o di equilibri finanziari, ma un progetto politico capace di garantire diritti, libertà ed emancipazione per tutti i cittadini. La differenza è sostanziale: un’Europa così concepita non sarebbe uno strumento di pressione o di controllo, ma una garanzia di partecipazione e di tutela».

Osservando la società attuale, lei si chiede se alcune tendenze siano il frutto di un disegno o della cecità delle classi dirigenti. Perché?

«Perché si ha talvolta l’impressione che si stia consolidando un modello in cui molte persone perdono progressivamente sicurezza economica e autonomia, diventando sempre più dipendenti da sistemi finanziari e da redditi incerti. Non è sempre facile stabilire se questo sia il frutto di scelte consapevoli o di una mancanza di visione. In entrambi i casi, però, il risultato è una società più fragile, meno libera di progettare il proprio futuro».

Quale dovrebbe essere, allora, il compito di una classe dirigente davvero responsabile?

«Una classe dirigente lungimirante dovrebbe saper anticipare i cambiamenti e governarli, non subirli. Questo significa comprendere il presente, immaginare e costruire un’idea, una visione del futuro, della società e del mondo che si desidera. E perseguire la realizzazione di una visione del mondo, migliore per i prossimi vent’anni, significa già da oggi, in coerenza con quanto si è immaginato, investire nei servizi essenziali, nella sanità, nella qualità della vita, ma anche ripensare il lavoro, la redistribuzione delle risorse e il sostegno alle comunità locali. Significa favorire nuove attività produttive, recuperare territori abbandonati, ridurre gli squilibri sociali e sostenere chi contribuisce alla vita economica e civile del Paese».

Guardando ancora più avanti, che tipo di società immagina possibile?

«Una società in cui il progresso tecnologico sia al servizio dell’uomo e non il contrario. Una società in cui il lavoro cambi, ma non perda la sua funzione di dignità e di partecipazione; in cui il tempo liberato dall’innovazione possa essere dedicato alla vita, alla cultura, alle relazioni».

In conclusione, quale messaggio lascia al lettore che guarda al futuro con incertezza?

«Il futuro non è soltanto qualcosa che accade: è qualcosa che si costruisce. E si costruisce attraverso la partecipazione, individuale e collettiva. Sentirsi parte di una comunità, riconoscere che il progresso riguarda tutti è il primo passo per immaginare una società migliore. Non esiste crescita senza responsabilità condivisa e senza cittadini consapevoli».

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