Mentre la luce intermittente delle luminarie, affastellate in ogni angolo delle nostre città da più di un mese, ci pare ormai incombere come quella degli allarmi e delle segnaletiche piuttosto che rallegrarci, Marco Presta, conduttore radiofonico, attore, e autore dalla forte verve ironica, in Canto di Natale con autotune (Einaudi) ci propone uno spaccato della vita nei giorni del Natale e, con leggerezza ma anche profondità, ci invita a riflettere su cosa questa festa sia diventata, specchio fedele del disagio del nostro tempo.
Abituato alla parola detta prima ancora che a quella scritta, l’autore costruisce un testo che gioca sul cortocircuito tra tradizione e contemporaneità, tra sacro e profano, tra il mito del Natale come tempo di redenzione e la sua versione ipermediata, rumorosa e purtroppo spesso grottesca del presente, in cui «la speranza di trovare un maglione o un profumo a prezzo d’occasione rappresenta l’apice della spiritualità».
La sua è una riscrittura ironica, dissacrante e insieme sorprendentemente affettuosa del grande archetipo dickensiano, che non costituisce solo un modello, ma una vera e propria griglia strutturale entro cui si muove una narrazione che sostituisce i fantasmi con le distorsioni tecnologiche e la coscienza morale con l’eco amplificata dei social e dello spettacolo.
Lo Scrooge dell’era digitale
La trama segue, in modo volutamente deformato, quella del modello ottocentesco. Al centro c’è il protagonista, Scrocchia, «produttore di musica che detesta», una sorta di Scrooge contemporaneo: non tanto avaro di denaro quanto povero di ascolto, empatia e silenzio. È un personaggio immerso in un mondo in cui tutto è performance, in cui anche il Natale diventa un contenuto da confezionare, filtrare e rendere virale.
L’autotune del titolo non è solo un riferimento musicale, ma una metafora potente: è il filtro che corregge, appiattisce, abbellisce artificialmente le emozioni, rendendole tutte uguali, e quindi tutte inutili e innocue. Nel corso della storia, il protagonista viene attraversato, più che visitato, da una serie di presenze simboliche che richiamano i fantasmi del Natale passato, presente e futuro. Ma qui non si manifestano con catene e sudari: arrivano sotto forma di ricordi distorti, voci amplificate, canzoni stonate eppure perfette, slogan pubblicitari che si sovrappongono alla memoria personale. Il viaggio non è tanto nello spazio-tempo quanto nel rumore: un rumore che impedisce di distinguere ciò che conta davvero.
Umanità anestetizzata
I personaggi che circondano il protagonista non sono mai pienamente individualizzati, e questa è una scelta stilistica coerente. Presta li costruisce come tipi: il produttore cinico, l’artista usa-e-getta, il parente che comunica solo per frasi fatte, il coro indistinto della folla digitale. Ognuno di loro rappresenta una modalità di perdita del senso, una declinazione della stessa disumanizzazione che Dickens denunciava nella Londra industriale, ma aggiornata all’epoca dell’intrattenimento permanente. Il protagonista stesso non è un «cattivo» in senso classico.
Come lo Scrooge dickensiano, è più cieco che malvagio, più anestetizzato che crudele. La sua colpa non è l’avarizia, ma l’adesione passiva a un sistema che trasforma tutto in spettacolo, persino il dolore e la redenzione.
Tra Dickens e l’autotune
E veniamo allo stile, senz’altro uno degli elementi più riusciti del testo. Presta adotta una lingua ibrida, che mescola registri alti e bassi, lirismo improvviso e battuta fulminante, citazione colta e slang mediatico. Il ritmo è serrato, quasi musicale, e richiama la sua esperienza radiofonica: il testo sembra pensato per essere ascoltato, oltre che letto.
L’uso dell’ironia non è mai fine a se stesso; serve piuttosto a smascherare le contraddizioni del nostro tempo, a far ridere e subito dopo a creare un leggero disagio. Potremmo dire che c’è un autotune anche linguistico: ripetizioni, echi, frasi che tornano leggermente modificate, come un refrain. Questo effetto crea una sensazione di circolarità, di prigionia sonora, da cui il protagonista fatica a uscire. Il paragone con Canto di Natale di Dickens è inevitabile e fecondo.
Dickens scriveva in un’Inghilterra segnata dalle disuguaglianze sociali, e il suo Scrooge incarnava l’egoismo di un sistema economico spietato. Presta, invece, si confronta con un mondo saturo di immagini, parole e suoni, in cui la povertà non è più materiale ma emotiva e relazionale. Entrambi i testi condividono l’idea del Natale come momento di possibile risveglio. Ma mentre Dickens crede ancora in una redenzione chiara, quasi pedagogica, Presta è più ambiguo. La trasformazione finale non è trionfale né definitiva: resta il dubbio che l’autotune possa tornare ad attivarsi da un momento all’altro, che la voce autentica sia fragile e difficile da mantenere.









