C’è un momento, nel libro del dirigente sportivo italiano, attuale direttore generale dell’Athletic Club Palermo con un passato alla Roma e al Napoli, Giorgio Perinetti, “Quello che non ho visto arrivare. Emanuela, l’anoressia e ciò che resta di bello”, in cui il calcio smette di essere metafora e diventa solo rumore di fondo. Succede quando la vita, quella vera, chiede il conto.
La storia che Perinetti racconta non è una biografia sportiva mascherata da memoir, né un diario del lutto: è il tentativo lucido, doloroso e ostinatamente razionale di attraversare la perdita di una figlia senza rifugiarsi nella retorica.
Scritto con il giornalista Michele Pennetti, il libro sarà presentato martedì 13 gennaio, con Michele Salomone e Francesco Rossiello, al Circolo Canottieri Barion a Bari.
Una specie di cecità
Emanuela Perinetti muore il 29 novembre 2023, a 34 anni, per anoressia nervosa. È una donna brillante, autonoma, inserita nei circuiti del marketing sportivo e dell’innovazione digitale, capace di costruire relazioni, progetti, visioni. È anche, per molti anni, una malata invisibile. Il libro nasce da qui: dalla distanza tra ciò che si vede e ciò che agisce sotto traccia. C’è la descrizione di una sorta di cecità nelle prime pagine, non la negazione consapevole, ma quella più insidiosa: l’abitudine. L’anoressia non irrompe come un evento improvviso, ma si insinua nel quotidiano, si mimetizza nel controllo, nell’efficienza, nella performance. Perinetti racconta il proprio ritardo nel riconoscere il pericolo senza assolversi né esibire colpa: registra i segnali, li rilegge a posteriori, mostra quanto sia fragile la percezione anche dentro famiglie colte, presenti.
Il campo inceppato
Da subito è costante il parallelismo tra calcio e vita, ma mai compiaciuto. Il campo, la panchina, il viaggio, l’attesa, la trasferta sono una grammatica per orientarsi nel caos, non una fuga. Il calcio, per Perinetti, è disciplina del tempo: insegna che ogni partita finisce, che si vince e si perde, che il giorno dopo si ricomincia. Ma davanti alla malattia di Emanuela, quella grammatica si inceppa. Non c’è tattica, non c’è recupero, non c’è seconda occasione. Soprattutto non c’è strategia di fronte alla solitudine della decisione. Emanuela è adulta, legalmente autonoma, libera di rifiutare le cure. Il libro mostra senza enfasi il vuoto normativo e culturale che circonda i disturbi del comportamento alimentare negli adulti: famiglie disarmate, medici che tentano mediazioni, ricoveri tardivi, trattamenti forzati che arrivano quando il corpo è già esausto. La pandemia, in più, ha agito come acceleratore silenzioso, isolando, irrigidendo, spezzando routine di controllo.
Il testimone
Perinetti non scrive per curarsi, lo dice esplicitamente: scrive perché raccontare può servire ad altri. La parola è atto pubblico, non sfogo privato. Nel libro trovano spazio medici, psicologhe, amici, colleghi, la sorella Chiara: una rete che emerge pienamente solo dopo la morte, quando il vuoto è già irreversibile. È il paradosso più crudele del racconto: l’affetto c’era, ma non è bastato. Il capitolo finale consegna il senso profondo del libro: trasformare una sconfitta irreparabile in un passaggio di testimone. Premi intitolati a Emanuela, borse di studio, incontri pubblici, testimonianze che convincono altre ragazze e altri genitori a chiedere aiuto. Nulla ripara la perdita, ma qualcosa si muove. Il dolore non si risolve, si amministra. Questo libro non offre consolazioni facili né soluzioni, chiede attenzione, responsabilità, strumenti. E lascia una domanda aperta, che vale ben oltre il calcio e una singola storia familiare: quante vite considerate «forti» stanno in realtà chiedendo aiuto senza riuscire a dirlo?










