William Sloane pubblica La porta dell’alba nel 1939. Ha trentatré anni, ha già scritto Attraverso la notte e ancora non sa che la sua opera narrativa si fermerà lì, a questi due romanzi pensati come un dittico.
Nato nel 1906, editor oltre che scrittore, Sloane attraversa il Novecento americano con discrezione, nessuna prolificità, nessuna carriera costruita sul genere. Eppure in queste poche centinaia di pagine concentra un’ambizione singolare: usare il fantastico per mettere alla prova l’idea stessa di limite. Stephen King ha detto che se avesse continuato a scrivere avrebbe creato un genere nuovo. Forse qui lo ha già fatto.
Richard Sayles, psicologo, riceve una lettera dall’amico Julian Blair, fisico di talento ritiratosi in un villaggio del Maine. Blair gli chiede un consiglio «di un’importanza cruciale». Sayles parte. Il viaggio verso Barsham Harbor è già un attraversamento: dal mondo ordinato dell’università a un paesaggio fermo, coloniale, dove il tempo sembra essersi ritirato lasciando solo la forma delle case e la luce sul fiume. La casa dei Talcott, a Setauket Point, appare come una nave ancorata a una punta di roccia. Dentro, buio e disordine. Fuori, il Kennebec scorre con una calma che ha qualcosa di irrevocabile. Julian vive lì con la figlia Anne e con la signora Walters, figura enigmatica, solenne, truccata come un’attrice fuori scena. Blair ha fatto portare l’elettricità fino a quel promontorio, ha trasformato il fienile in un laboratorio. L’ossessione che lo muove nasce da un lutto: la morte della moglie Helen. Sayles la amava. Anche questo legame attraversa il libro come una corrente sommersa. La scienza, qui, è una forma del dolore.
Il progetto di Julian consiste nel costruire una macchina capace di stabilire un contatto con chi ha attraversato la soglia. Non una seduta spiritica, ma un esperimento di elettrofisica condotto con rigore e con una fede assoluta nella continuità della coscienza. Sloane non indulge in spiegazioni tecniche. Gli basta mostrare la determinazione di Blair, il suo isolamento crescente, la tensione che si addensa nella casa. La notte dell’esperimento diventa il centro magnetico del romanzo, un momento in cui il desiderio umano di oltrepassare il limite incontra qualcosa che non è disposto a lasciarsi misurare.
La scienza come ferita
Sloane scrive in un’epoca che crede ancora nella redenzione tecnologica. Eppure questo libro possiede una lucidità che appartiene al dopoguerra. Julian non è uno scienziato folle, è un uomo che rifiuta di accettare l’interruzione. La sua macchina è un ponte costruito con strumenti razionali per colmare un vuoto affettivo. In lui la conoscenza coincide con l’amore, ed è proprio questa coincidenza a rendere il progetto devastante.
Il romanzo non cerca effetti gotici. L’orrore emerge per sottrazione, attraverso la voce di Sayles che registra i dettagli, i silenzi, le crepe. Sloane suggerisce che esistono territori dell’esperienza che resistono alla verifica e che la mente, quando tenta di forzarli, si espone a una pressione insostenibile. «Questo è un terreno da lasciare inesplorato», scrive. A conti fatti, una sentenza. La porta dell’alba gioca sul confine tra sapere e limite. Ogni grande scoperta, dice Sayles, può essere ripetuta da altri. Il pericolo non è l’errore di un singolo, ma la possibilità che qualcuno, altrove, segua lo stesso filo fino alle estreme conseguenze.
Rileggendolo in un’epoca che interroga l’IA come fosse un oracolo, il romanzo di Sloane intercetta le ossessioni di tutti. La domanda resta la stessa: fino a che punto è lecito aprire una porta solo perché siamo capaci di costruire la chiave? La risposta di questo libro non si formula in tesi. Si inscrive in un’immagine: una casa affacciata sul fiume, una macchina che vibra nella notte, e un uomo che, per amore, decide di varcare l’alba.