A oltre trent’anni da Mani Pulite, il dibattito su quella stagione resta aperto. Non è solo memoria, ma una chiave per leggere ancora oggi il rapporto tra giustizia, economia e potere. È da qui che parte Carlo Sama, protagonista diretto della vicenda Ferruzzi-Montedison, autore del libro “La caduta di un impero. 1993 Montedison Ferruzzi Enimont” (Rizzoli), atteso oggi a Bari e domani a Lecce, per due incontri pubblici che si propongono non come semplici presentazioni editoriali ma come momenti di confronto su una stagione che ha ridefinito gli equilibri del Paese. Accanto a lui, a Bari (Sala Matarrese, 17.30) Stefano Dambruoso e il giornalista Mimmo Mazza, a Lecce (Hotel President alle 17.30) Gianluigi Pellegrino e la giornalista Paola Moscardino, discutono in entrambe le occasioni di un tema preciso: Economia e giustizia, da Mani Pulite ad oggi: una questione irrisolta.
Perché ha deciso di scrivere questo libro proprio adesso?
«Il libro l’ho scritto pensando che non avrebbe avuto nessuna diffusione, nessun successo. L’ho scritto perché sono nell’inverno della vita e perché ho cinque meravigliosi nipoti, uno in particolare a cui ho dedicato l’ultima parte del mio libro. Se domani da adolescenti qualcuno gli chiederà: “ma tu sei nipote di Carlo Sama?”, loro potranno rispondere che il nonno gli ha raccontato la sua storia. E poi l’ho scritto perché ho sentito il dovere di lasciare una testimonianza su qualcosa che poteva essere e non è stato: una ristrutturazione vera, selettiva e non predatoria che avrebbe potuto salvare il cuore industriale del gruppo. Un sogno, certo, che però non sarebbe stato irrealizzabile. Ecco, questo libro nasce dal bisogno di raccontare che cosa è accaduto davvero e che cosa, invece, è stato impedito che accadesse».
A proposito del Gruppo Ferruzzi, veniamo subito al punto. Nel libro lei usa una parola molto forte, «esproprio». Perché?
«Perché quello che ci capitò fu un vero e proprio esproprio. Quando ci si deve appropriare di qualche cosa di altri, ovviamente che cosa si fa? Si distrugge l’immagine di una famiglia o di un uomo, con la stampa amica, in modo che quell’esproprio sia una cosa già nelle corde del pubblico e assolutamente accettabile, anzi meritorio. In questi casi, una volta creata quest’immagine di gente incompetente, che non merita il patrimonio che ha, ovviamente poi si prendono l’impero e l’operazione diventa possibile proprio perché appare meritoria. Come quando, per esempio, l’avvocato Agnelli presentò agli azionisti e alla stampa l’acquisto del gruppo RCS Rizzoli, che era di Angelo Rizzoli, dichiarando che l’acquisto sarebbe servito a sanare le colpe dell’ex editore. Cito la storia di Angelo Rizzoli perché in un certo senso assomiglia anche alla nostra e i soggetti furono gli stessi, Mediobanca, Cuccia, Maranghi. La realtà fu che Mediobanca non intendeva “salvare” il Gruppo Ferruzzi bensì sfilarlo ai suoi legittimi proprietari. L’esproprio ai nostri danni fu, per usare una battuta, non proletario ma probancario».
Quando, secondo lei, si compie concretamente questa operazione?
«Il giorno decisivo fu il 4 giugno 1993. Quella mattina Enrico Cuccia con le quattro banche Credito Italiano, Banca Istituto San Paolo di Torino, Banca Commerciale e Banco di Roma, chiudono i loro conti correnti del gruppo Ferruzzi, gli affidamenti e gli attivi per un valore di circa 10 mila miliardi di lire. Immagini che cosa significasse: praticamente il sistema rischiò di andare in default. I Ferruzzi furono obbligati a firmare una resa incondizionata con mandato irrevocabile a Cuccia, dovettero consegnare le loro azioni e il diritto di voto. Mediobanca, con il congelamento dei conti, provocò lo shock finanziario del quale aveva bisogno per impossessarsi del nostro Gruppo. La famiglia Ferruzzi fu privata di qualsiasi possibilità di decisione e si limitò a sottoscrivere documenti in tutto e per tutto preconfezionati da Mediobanca».
Lei sostiene che in quella fase si saldarono potere finanziario e potere giudiziario. È questo il nodo irrisolto di quegli anni?
«Quello che posso dire è che il grande potere finanziario di Enrico Cuccia si sommò con il grandissimo potere della magistratura dell’epoca, rappresentata dal Pool di Mani Pulite. Mediobanca e i magistrati erano i pochi soggetti forti rimasti in quei giorni. Mediobanca ha agito non soltanto come advisor della operazione per “il bene dell’azienda” ma anche come azionista di rilievo. Dunque non era un soggetto terzo. Tutto ciò che accadde dopo il 4 giugno confermò in modo clamoroso quale era stato il disegno di Mediobanca fin dall’origine. Si praticarono tutta una serie di svalutazioni mirate che portarono le azioni della Montedison da 1.250 lire a 5 lire. Dopodiché, alla fine di agosto, vararono un aumento di capitale che i Ferruzzi ovviamente non poterono sottoscrivere, anche perché dalla magistratura gli erano stati bloccati conti correnti e soprattutto patrimonio. La sensazione che abbiamo avuto, umanamente e materialmente, è che la macchina tritasassi di Mediobanca andò avanti imperterrita, incurante dei dolori e dei sentimenti».
Ma il Gruppo Ferruzzi era davvero senza via d’uscita, come allora si raccontò?
«No, e questo è uno dei punti essenziali. Il Gruppo, pur afflitto da un consistente indebitamento, era industrialmente forte. C’era il debito, certo, ma c’era anche una struttura industriale robusta, redditizia, con leadership importanti nei settori chiave. Per questo continuo a sostenere che quella vicenda fu raccontata in modo deformato. Noi siamo stati la Lehman Brothers di Mani pulite, cioè il caso esemplare da sacrificare. Eppure un’altra strada era possibile e si sarebbe potuta realizzare la più imponente ristrutturazione industriale mai avvenuta in Italia e forse nel mondo. Ripeto, questo non significa negare la gravità della situazione finanziaria: significa dire che la crisi non coincideva con la morte del gruppo e che la scelta fatta fu una scelta di potere, non l’unica tecnicamente possibile».
E poi venne il lungo processo. Che cosa resta oggi di quella stagione sul piano giudiziario e umano?
«Noi fummo accusati di tutto e di più: 156 capi di imputazione, otto anni di processo, uno dei più importanti processi di criminalità economica avviati in Italia nel secondo dopoguerra, dal quale uscimmo assolutamente assolti. Alla fine la verità processuale è arrivata, perché le accuse a nostro carico erano infondate e non vi erano stati flussi finanziari che si fossero riversati nelle tasche personali della famiglia. Giustizia venne finalmente fatta, quindi, almeno sul fronte penale. Ma nel frattempo il più importante e ricco gruppo industriale italiano, la Ferruzzi, era passato di mano senza pagamento di alcun corrispettivo. E questo spiega perché, a oltre trent’anni di distanza, quella stagione non è affatto chiusa».










