Per più di sessant’anni due casse di metallo sono rimaste sotto una trapunta, in una casa inglese. Dentro c’erano romanzi, racconti e poesie che Maria Lazar aveva ordinato prima di uccidersi a Stoccolma, nel 1948. La figlia Judith vietava di aprirle.
Conservavano il dolore della madre e di due zie assassinate dalle Waffen-SS. Nel 2022 la nipote Kathleen Dunmore ha sollevato la trapunta. Tra le carte è apparso Quattro volte me, scritto alla fine degli anni Venti e rimasto in attesa dei suoi lettori per quasi un secolo.
Il volto nello specchio
Il romanzo comincia con un bacio mancato. La narratrice ha dodici anni e sta partendo per le vacanze. Nell’atrio la aspetta Horky, la sguattera di casa, blusa rigida, pelle lucida, capelli stopposi. Ogni mattina la bacia quando riceve il panino per la scuola. Quel giorno ci sono le valigie, i genitori, la sorella Bea, soprattutto lo zio Max, con il suo sorrisetto. La bambina passa oltre. Sul treno sente crescere nel proprio corpo i seni pesanti di Horky, l’odore dell’acqua dei piatti, una camicia ruvida, una gravidanza ignota. Poi guarda lo specchio e vede un volto estraneo. È tutto lì: la colpa, il desiderio, il corpo di un’altra che invade il proprio, lo specchio che restituisce una persona sconosciuta. La bambina diventerà bibliotecaria e proverà a scrivere la sua vita.
Ogni matita, dice, dovrà essere un’arma. Vuole raccontare soltanto se stessa; appena posa una frase sulla carta arrivano Grete, Ulla e Anette. Le loro voci le entrano nella bocca, i gesti passano nelle mani e i dolori nel corpo. Il titolo indica questa occupazione: quattro donne dentro un io che perde i confini. Grete è la bellezza educata sotto lampade di vetro latteo. Tutti la desiderano e lei attraversa il desiderio altrui con il sorriso quieto di chi ha imparato a restare irraggiungibile. Ulla cresce nell’ambulatorio povero del padre, tra il divano di pelle e le donne che arrivano per abortire clandestinamente. Diventerà medico; la sua intelligenza ha la durezza dell’acqua gelata. Anette viene dal salone di una parrucchiera e conosce presto la merce che può diventare un corpo femminile. Passerà dal negozio di biancheria al circo e al cabaret.
La narratrice le guarda e vive ciascuna di loro. Ama come Grete, ragiona come Ulla, desidera con le dita curiose di Anette. Dietro tutte compare l’Estranea, figura pallida negli specchi, quinta presenza, forse il volto autentico. Le divide anche il prezzo che ciascuna impara ad attribuirsi. Grete affida il proprio valore al matrimonio e alla rispettabilità; Anette mette in circolazione carezze e baci; Ulla cerca di sottrarsi al compratore scegliendo da sola i corpi che desidera. La libertà promessa alle donne degli anni Venti conserva ancora il linguaggio del mercato.
Il prezzo di essere donna
La notte decisiva arriva in un albergo sul Mare del Nord. Lo zio Max entra nella camera dove dormono la narratrice e Bea. Il racconto si spezza in lampi: la luna simile a cartone, la camicia strappata, mani familiari, una voce che dice ti amo, qualcuno che piange. Da quel momento la ragazza dichiara conclusa la propria vita. Continueranno le altre. Lazar costruisce una coscienza ferita e la lascia parlare, contraddirsi, tornare indietro, confondere ciò che ha visto con ciò che ha immaginato. La prosa avanza per odori, stoffe, colori, piccoli oggetti. Il sapone molle di Horky, la peluria dorata sul collo di Grete, il portacipria di Anette, i polsi di porcellana di Ulla, il brodo di carne che annuncia una gravidanza.
Gli uomini restano ai margini dell’inquadratura e governano ogni destino: il professore, il medico, il banchiere, l’amante, il capo bibliotecario. Possiedono denaro, impiego, reputazione, la possibilità di andarsene. Alle donne rimangono strategie diverse per sopravvivere: il matrimonio, il lavoro, la seduzione, la vendita, l’amicizia. Anche l’amicizia contiene fame, rivalità e tradimento. Il romanzo si spezza nello stesso modo della coscienza che racconta: salti, ritorni, scene allucinate, improvvisi slittamenti di prospettiva. Dentro questa lingua entrano mestruazioni, maternità, aborti, oppiacei, prostituzione, violenza sessuale e desiderio fra donne, con una franchezza che alla fine degli anni Venti doveva apparire quasi impronunciabile.
Una scrittrice arrivata troppo presto
La città resta senza nome. Potrebbe essere Vienna, dove Lazar era nata nel 1895 in una famiglia ebraica agiata e aveva frequentato la scuola di Eugenie Schwarzwald, tra insegnanti come Adolf Loos, Schönberg e Kokoschka. Potrebbe essere qualunque metropoli germanofona uscita dalla Prima guerra mondiale con famiglie impoverite e donne spinte verso una libertà economica ancora amministrata dagli uomini. Nel 1929 Lazar propose il dattiloscritto agli editori. Fu respinto. Poco dopo adottò lo pseudonimo Esther Grenen, mentre l’antisemitismo cancellava il suo nome dalle copertine e la costringeva prima in Danimarca, poi in Svezia.
Adelphi pubblica oggi Quattro volte me nella traduzione di Laura Ragone, a cura di Albert C. Eibl. Un’opera scritta troppo presto. La sua modernità sta nella voce che si sfalda e continua a dire io, io, io, come se la ripetizione potesse fissarla alla pagina. Verso la fine la narratrice tenta di rientrare nella vita ordinaria: una casa, un marito, un bambino da proteggere, piccoli screzi e piccole gioie. L’Estranea ormai le è familiare. La guarda dagli specchi e porta il suo stesso volto. Maria Lazar aveva scritto una poesia per un lettore sconosciuto che un giorno avrebbe trovato il suo libro aperto in una stanza tranquilla. Quel lettore è arrivato. Solleva la trapunta, apre le casse, incontra quattro donne e ne vede comparire una quinta sulla pagina. Somiglia a loro. Somiglia anche a noi.
