Un’unica fotografia li ritrae insieme. Per il resto, Joseph Roth e Stefan Zweig esistono soprattutto così, come una scia di carta, un dialogo ostinato e impari, un’amicizia che si regge su due forze contrarie. Da una parte Roth, febbrile, apocalittico, sempre sul punto di perdere tutto (salute, soldi, fiducia, patria).
Dall’altra Zweig, l’eleganza fatta uomo, il «signore» dell’umanesimo europeo, che prova a tenere insieme gli altri — e forse anche se stesso — con una disciplina morale che assomiglia a un rituale. Ombre folli. Lettere 1927-1938 (Adelphi) va oltre la cronaca di un’epoca che precipita. È la radiografia di due temperamenti e, in controluce, la storia di un sentimento molto contemporaneo: l’idea di non avere più un posto al mondo, e di doverlo negoziare ogni giorno con una lettera, un bonifico, una promessa di rivedersi «presto».
Due uomini, due velocità
All’inizio sembra quasi un rapporto professionale: lo scrittore più giovane si rivolge al più celebre con rispetto, e poi — piano — la formalità si incrina. È una familiarità strana, perché continuano a darsi del Lei, ma sotto quel «Lei» si sente l’urgenza di essere capiti, salvati, riconosciuti. Uno cresciuto nella sicurezza borghese viennese, l’altro venuto dalla Galizia e dall’ebraismo orientale, allenato da subito all’instabilità e alla nostalgia come unica patria possibile. In mezzo, la scrittura.
Zweig che leviga, consiglia, sistema; Roth che brucia le tappe, vede prima, non ha pazienza per i toni moderati. Quando il mondo entra nella fase più buia, Roth smette di fare letteratura persino quando scrive. Diventa un sismografo. In una frase, manda in frantumi la fiducia civile dell’Europa: «Siamo folli e viviamo nell’Ade… È l’anticamera dell’inferno, questo mondo!». È una visione che non chiede repliche, ma solo un testimone.
Il «non diventare duri»
Eppure, la cosa sorprendente è che Zweig non risponde con la stessa temperatura. Non perché non capisca, ma perché teme il contagio. Il suo modo di resistere è rimanere fedele a un’idea di sé — e dell’umano — anche quando sembra ridicolo farlo. In una lettera del 1937, mentre l’aria europea è già irrespirabile, lo implora: «No, Roth, non diventi duro… ciò significherebbe accettarla, rafforzarla!». Una frase che suona quasi come una storia d’amore: «non cambiare natura per colpa del tempo».
Zweig tenta di salvare Roth dalla spietatezza degli anni, dall’odio, dall’idea che per essere lucidi bisogna per forza diventare crudeli. Roth, invece, è convinto del contrario: che la dolcezza, in quel contesto, sia una fuga. Qui il carteggio si fa più che politico, diventa intimo. Perché la domanda non è «chi ha ragione», ma «quale prezzo paga ognuno per restare se stesso». Roth paga con il corpo. Zweig paga con una specie di logorìo interiore: l’umanista che si scopre, lentamente, senza mondo.
L’ultima lettera (e il gelo)
Il finale è un colpo al cuore non per ciò che accade, ma per ciò che non accade. Nel dicembre 1938, Zweig scrive da Londra una lettera che è quasi una resa: «…credo di avere il diritto di chiederLe che cosa intende dirmi con questo Suo ostinato… silenzio». Più che una scena drammatica, un corridoio vuoto. È l’amicizia che bussa e non trova più nessuno. Quel silenzio, letto oggi, è anche un presagio. Roth è già oltre la soglia, in una zona dove le relazioni diventano faticose quanto respirare. E due mesi dopo, a maggio 1939, quando arriva la notizia della sua morte, Zweig scrive a un amico una frase che sembra un titolo di giornale e un epitaffio: «Non diventeremo vecchi, noi esiliati!».
Dentro quel «noi» c’è tutto: l’esilio come condizione fisica e mentale, l’idea che la storia ti rubi il futuro ancor prima della vita. E c’è anche la confessione più disarmante, subito dopo: «L’ho amato come un fratello». Roth muore a Parigi nel 1939. Zweig si toglierà la vita nel febbraio 1942. In mezzo, restano queste pagine, questa lunga conversazione in cui uno vede troppo e l’altro spera troppo, finché le parti, paradossalmente, si scambiano. Perché Roth — «dissennato», come lo descrive chi gli sta attorno — capisce prima; e Zweig, l’uomo della misura, arriva alla fine a intuire che forse i fragili erano i più lucidi. Ombre folli è questo, la storia di un’amicizia che prova a fare da argine a un secolo che esonda. E la prova, dolorosa, che certe frasi non sono letteratura, solo messaggi in bottiglia, lanciati quando già si sente che la riva sta scomparendo.