Un romanzo che nasce da un’idea. Notturno elettronico di Hugo Bertello prende forma attorno a un’intuizione filosofica — l’algoritmo come metafora dell’esistenza — e prova a trasformarla in esperienza narrativa. Il risultato è un libro compatto, inquieto, attraversato da una malinconia tecnologica che trova nella città di Helsinki la propria geografia morale.
Il protagonista è un matematico fallito, un ex studioso dell’Ipotesi di Riemann che, arrivato ai trent’anni senza risultati né denaro, accetta un lavoro come ingegnere dell’intelligenza artificiale. Il passaggio dalla matematica pura alla profilazione pubblicitaria contiene già il nucleo tragico del romanzo: l’idea che la conoscenza possa degradarsi in funzione, e la ricerca di verità ridursi a previsione dei consumi. L’intelligenza artificiale, qui, non è tanto una tecnologia quanto una condizione spirituale.
Il cerchio venuto male
Bertello costruisce la narrazione come una sequenza di episodi brevi, intervallati da “codici” e “algoritmi” che funzionano da controcanto ironico alla vicenda. L’effetto è quello di una coscienza che tenta continuamente di formalizzare la realtà per difendersi dall’incertezza. Il linguaggio resta controllato, quasi geometrico, e proprio questa precisione produce una particolare forma di malinconia.
Alcune scene possiedono una qualità ipnotica: la lavanderia automatica dove i colori del bucato si fondono in un bianco accecante, l’incontro con Yana — enigmatica, quasi metafisica — o i dialoghi con programmi informatici che riflettono sulla coscienza e sul sogno. Sono momenti in cui la narrazione smette di spiegare e comincia a vibrare, trovando una leggerezza che ricorda certa narrativa mitteleuropea contemporanea.
L’algoritmo e il mito
Tutto procede per stratificazioni: matematica, filosofia della mente, cultura hacker, mitologia greca, misticismo orientale. Il rischio di un simile accumulo è la dispersione; Bertello lo evita mantenendo saldo il tema centrale: la tensione tra controllo e abbandono. Gli algoritmi disseminati nel testo — parodie di istruzioni sentimentali o morali — mostrano la tentazione di ridurre la vita a procedura, mentre i miti evocati ricordano l’impossibilità di riuscirci davvero.
In questo senso, la figura di Yana non è solo un personaggio ma una forza narrativa: introduce l’imprevisto, la serendipità, ciò che sfugge alla previsione statistica. Il loro rapporto si sviluppa come una ricerca più intellettuale che sentimentale, e proprio questa distanza produce una forma di desiderio trattenuto che attraversa il libro.
La nostalgia del futuro
Nelle pagine finali il libro trova una propria unità simbolica. Il mito di Orfeo, la tecnologia e l’eros convergono in un’unica domanda: fino a che punto l’essere umano può spingersi nel tentativo di dominare la realtà senza perdere sé stesso? La risposta non è teorica ma narrativa, affidata a una decisione che lascia il lettore in una sospensione quasi musicale.
Notturno elettronico si rivela così colto senza essere accademico, ironico senza diventare parodico, e soprattutto attraversato da una nostalgia singolare: non quella del passato, ma del futuro immaginato dalle generazioni cresciute insieme alla rete. In questo paesaggio di codice e solitudine, Bertello racconta l’esperienza più contemporanea di tutte: la sensazione che tutto sia possibile e, allo stesso tempo, già previsto.










