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“Noi siamo i tempi”, Damilano: «Due papi venuti dalle Americhe per risvegliare l’Europa» – L’INTERVISTA

Il giornalista torna in Puglia con il nuovo libro pubblicato da Rizzoli sulla Chiesa di Bergoglio e del suo successore Prevost

“Noi siamo i tempi”, Damilano: «Due papi venuti dalle Americhe per risvegliare l’Europa» – L’INTERVISTA

Marco Damilano torna in Puglia con Noi siamo i tempi, il nuovo libro pubblicato da Rizzoli sulla Chiesa di Francesco e del suo successore Leone XIV. Il giornalista sarà domani alle 20.30 alla Libreria Idrusa di Alessano, venerdì alle 20 al Lido Era Ura di Casalabate, sabato alle 20 al Convitto Palmieri di Lecce e domenica 12 luglio a Maglie, dove visiterà la Casa Museo di Aldo Moro e presenterà il volume nella piazzetta di via Caduti di via Mario Fani.

Il libro si apre e si chiude con Francesco, ma il suo vero protagonista sembra essere il passaggio di testimone a Leone XIV. È un libro su due papi o su una Chiesa che cerca una nuova forma nel mondo a pezzi?

«È certamente un libro sul passaggio tra i due papi. Passaggio è una parola importante: c’è l’immagine della barca che cerca di arrivare all’altra riva, ma incontra una tempesta. È la stessa metafora che Papa Francesco utilizzò quando si affacciò su piazza San Pietro vuota, nel pieno della pandemia. Ma la barca è anche quella dei migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo, rischiando la vita. Ed è un altro elemento che unisce Francesco e Leone: la visita a Lampedusa, la difesa dei migranti, il farsi voce di quell’urlo silenzioso rappresentato dai morti in mare e non ascoltato dai governi europei. È dunque un libro su questo passaggio, che si incarna in due figure molto diverse, ma legate da un filo: sono due papi venuti dalle Americhe, da un’identità plurale, con intuizioni decisive sull’evangelizzazione e sul rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo».

Il titolo, «Noi siamo i tempi», sposta la responsabilità dall’epoca agli uomini che la abitano. In che senso questa frase di Agostino è anche una chiave politica del libro?

«La frase è stata pronunciata da Papa Leone XIV nell’udienza ai giornalisti che avevano seguito il conclave, pochi giorni dopo la sua elezione. Ma è soprattutto una frase di Sant’Agostino, di milleseicento anni fa, in un’altra epoca di crisi, di passaggio, di fine dell’impero romano. Agostino diceva di non temere i tempi, perché non esistono tempi buoni o tempi cattivi: esistono gli uomini, le persone che fanno la storia e che possono aiutare i tempi a essere buoni. “Noi siamo i tempi” è una riaffermazione di impegno nella storia, e dunque certamente anche un’affermazione politica. Il cristianesimo è una religione incarnata nella storia e non considera la politica una sfera lontana, ma un campo in cui provare a esprimere segni di salvezza. Per un cristiano la politica è semplicemente l’impegno nella storia. Significa ribadire la necessità di essere coinvolti in ciò che accade».

Leone XIV viene raccontato come un Papa del «sussurro» più che del gesto clamoroso. È questa la sua forza o il rischio della sua irrilevanza?

«Il sussurro è un’immagine che lo stesso Papa Prevost ha utilizzato. È un’immagine biblica: il sussurro di brezza leggera in cui si trova la voce di Dio, più intenso del terremoto, del tuono e di tutto il fragore prodotto dai leader contemporanei. Il sussurro può apparire debole e per molti mesi, mediaticamente, la voce di Leone è sembrata quasi inesistente. Più per responsabilità dei media, devo dire, che per responsabilità di Leone. Leggendo e ascoltando i suoi discorsi si vede invece la forza delle parole, la determinazione e la costruzione di un pontificato che è appena all’inizio e dovrà affrontare crisi drammatiche. Sarebbe un errore giudicarlo remissivo o timido, come ha fatto Trump quando lo ha definito un Papa debole. Proprio in quell’attacco si è capito che perfino Trump ne teme la forza di persuasione».

La «tunica senza cuciture» torna come principio decisivo su aborto, migranti, guerra, pena di morte, povertà. È qui che si gioca oggi la battaglia più profonda del cattolicesimo americano?

«La “tunica senza cuciture” è una metafora utilizzata dal cardinale Joseph Bernardin, grande figura del cattolicesimo americano degli anni Ottanta, arcivescovo di Chicago, la città in cui Prevost è nato. Viene dal racconto evangelico della passione: quando Gesù fu inchiodato alla croce, indossava una tunica senza cuciture. In sintesi è la difesa della vita in tutte le sue espressioni. Papa Prevost ha cominciato a dirlo rispondendo ad alcuni giornalisti americani: si può essere contro l’aborto e invece a favore della pena di morte? Si può essere pro-life ed essere timidi nel denunciare le armi e la guerra? Ecco, questa è la tunica senza cuciture: il tessuto di una difesa della dignità delle persone senza interruzioni, senza strappi. La difesa della vita non ammette interruzioni».

Nel suo libro l’Europa sembra non essere più il centro della Chiesa, ma quasi una periferia da rievangelizzare. È finita davvero l’egemonia europea sul cattolicesimo?

«L’elezione di due papi venuti dalle Americhe segna l’arrivo in Vaticano di papi extraeuropei. Sono papi che fanno a ritroso il viaggio dei loro nonni, ma anche il viaggio compiuto dagli europei quando andarono nelle Americhe a conquistarle e colonizzarle. L’Europa si è sempre percepita come la culla del cristianesimo, ma oggi la crisi dell’Europa e la crisi della fede sembrano marciare quasi parallelamente. Francesco ha rivolto all’Europa denunce molto forti: Europa sveglia, Europa invecchiata, Europa stanca. Leone, a Lampedusa, ha detto che l’Europa ha un compito storico, epocale, perché proprio questo continente può affrontare immigrazione, cambiamento climatico, pace e intelligenza artificiale, ma a patto di essere se stessa. Sono due papi delle Americhe a dire quali siano le vere radici cristiane dell’Europa: non le crociate, non Lepanto, non un’idea integralista e astratta, ma la stratificazione delle culture, la convivenza delle diversità che ha fatto grande il continente».

Il capitolo finale chiede: «C’è ancora vita nella Chiesa?». Dopo Francesco, dopo Leone, dopo le piazze vuote e le guerre, dove vede i segni più convincenti di questa vita?

«Dopo il Novecento non si può più pensare a una Chiesa che si affidi al potere politico, alla forza degli Stati o al proprio potere per essere influente. Il cardinale Camillo Ruini temeva l’irrilevanza della Chiesa, ma la intendeva soprattutto come irrilevanza politica: il non essere ascoltata ai tavoli della contrattazione con chi detiene il potere. Esiste però un’altra irrilevanza, che riguarda il messaggio cristiano. Quel messaggio non passa dal possesso dei mezzi di comunicazione, dal potere economico o dal potere politico, ma dalla forza della testimonianza. E quella forza è anche la sua fragilità. Fin dall’inizio, la croce di Cristo è il segno più fragile che ci possa essere, ma è anche ciò che ha dato slancio ai cristiani in duemila anni di storia. Questi papati contemporanei rappresentano il tentativo, iniziato con il Concilio, di tornare a quelle radici».