Categorie
Cultura e Spettacoli Italia Libri Politica

Il paradosso delle buone intenzioni, Nicola Porro: «Oggi lo Stato fa troppo e lo fa male» – L’INTERVISTA

“L’inferno è pieno di buone intenzioni”: una frase antica quanto la politica stessa, che Nicola Porro rimette al centro del dibattito. Nel suo ultimo libro, quella massima diventa una chiave di lettura della realtà contemporanea, dall’economia del Paese ai rapporti internazionali, fino ai casi più discussi della cronaca recente.

Porro, nel suo libro parte da un assunto semplice quanto scomodo: le buone intenzioni possono produrre danni reali. Non le pare che questa sia diventata una categoria dominante?

«Sì, perché pensiamo di risolvere tutti i problemi – nella società, nell’economia, nei rapporti internazionali – con una norma, una legge, una direttiva. Spesso animati da ottime intenzioni. Il punto è che poi, nella messa a terra, queste scelte producono effetti molto diversi, spesso negativi».

Si spieghi.

«Le faccio un esempio semplice. Tutti siamo d’accordo sul fatto che bisogna incentivare gli investimenti. Un’azienda che investe crea reddito, innovazione, lavoro. Il governo ha previsto che chi investe possa detrarre più di quanto spende: su 100 euro investiti, 180 di detrazione. L’intenzione è evidente, spingere gli investimenti. Ma oggi non ci sono ancora i decreti attuativi. E quindi le aziende restano ferme, perché non sanno se gli investimenti saranno davvero incentivati. Il risultato è un blocco. E c’è di più: si rischia che si investa non perché serve, ma per sfruttare il beneficio fiscale. Un’idea buona, che nella pratica genera distorsioni».

Ma come si riduce davvero la burocrazia?

«Gli unici casi davvero eclatanti sono stati Reagan e Thatcher. Negli anni Settanta si era arrivati a una iperregolamentazione, poi negli anni Ottanta si è capito che serviva una deregolamentazione. Ma oggi non basta più. Bisogna cambiare culturalmente la macchina statale: bisogna dire allo Stato di fare meno. Perché se fa meno cose e le fa bene, stiamo tutti meglio. Oggi invece per qualunque problema c’è sempre qualcuno che propone una soluzione dall’alto».

A proposito di buone intenzioni: il caso d’attualità della famiglia nel bosco sembra l’esempio perfetto per il titolo del suo libro. Tutti intervengono per il bene dei bambini, però il risultato appare caotico.

«È una follia. Io non condivido quel modello di vita, né gli standard educativi di quella famiglia: l’idea di tornare a una società neorurale mi fa orrore. Ma la soluzione adottata è peggiore del problema: togliere i figli alla famiglia. È un meccanismo che richiama logiche antiche, quasi spartane. E c’è un elemento che considero ancora più grave: la presunzione terribile dello Stato di sapere meglio di noi che cosa ci fa bene. Questa è una cosa gravissima, c’è della cattiveria».

Secondo lei è una questione di tutela o di intolleranza verso modelli diversi?

«Di intolleranza. Lo Stato vive di norme e procedure, e finisce per non accettare ciò che esce da quel perimetro. Così possiamo tollerare un ragazzino che passa dodici ore al cellulare, ma non un neururale che non sa nemmeno che cosa sia un cellulare. Io preferisco il primo, ma rispetto anche le scelte, anche estreme, degli altri».

In questi giorni si parla dell’Europa che prende le distanze da Trump. È una scelta strategica o una posizione più simbolica?

«Dipende. Se fosse una scelta tattica, potrebbe avere senso. Se invece fosse strategica, sarebbe un errore. Il problema è che l’Europa continua a percepirsi al centro del mondo, mentre è sempre più periferica».

Le politiche occidentali stanno producendo stabilità?

«Non sempre. E in alcuni casi non parlerei nemmeno di buone intenzioni. Il Green Deal, per esempio, non è una politica benintenzionata che ha prodotto effetti negativi: è una politica sbagliata all’origine, costruita su consenso e demagogia».

Il caro carburante è tornato al centro del dibattito. Si parla spesso di speculazione. È davvero questo il problema?

«No. La speculazione è una parola usata male. La speculazione anticipa quello che può succedere. Se una parte rilevante del petrolio mondiale non può più transitare, è normale che i prezzi salgano. Il vero punto è un altro: su 100 euro di benzina, 60 sono tasse. Se davvero si volesse intervenire sul potere d’acquisto, si potrebbe partire da lì».

Arriviamo al referendum. È davvero, come si dice, un passaggio decisivo?

«Io penso che sia comunque un passaggio importante. È forse l’ultima occasione per mettere mano a una Costituzione che è stata scritta in un altro contesto storico».

E sul tema del potere della magistratura?

«Non penso che i magistrati perderebbero potere. Qualcuno dovrebbe spiegarmi tecnicamente dove e come lo perderebbero. Io questo non lo vedo».

Il referendum resta uno strumento efficace?

«Resta fondamentale. Il problema è il contesto: quanto i cittadini sono davvero informati e consapevoli quando votano».

Lascia un commento Annulla risposta

Exit mobile version