Isaac Bashevis Singer non è un sopravvissuto qualunque del mondo yiddish, e forse non è nemmeno soltanto uno scrittore yiddish. Nasce a Leoncin, in quella Polonia che allora apparteneva ancora all’Impero russo, e cresce a Varsavia, in una casa dove il padre rabbino amministra dispute, miserie, superstizioni, adulteri, colpe vere e colpe immaginarie: insomma, senza saperlo, il materiale di tutta la sua letteratura.
Nel 1935 parte per l’America, portandosi dietro non una patria – quella gli verrà sottratta dalla Storia – ma una lingua, lo yiddish, che molti avrebbero considerato una reliquia e che lui continua invece a usare come uno strumento di precisione. Quarantatré anni dopo riceve il Nobel, e muore nel 1991 in Florida: ma tra quei due estremi, il ragazzo del quartiere ebraico di Varsavia e il vecchio scrittore americano, resta sempre lo stesso uomo, uno che parla di demoni, rabbini e fornai cornuti come se stesse raccontando semplicemente come va il mondo.
Detto così, sembra il riassunto di una vita esemplare. Ma Singer non è mai monumentale. Anche quando parla con Dio, ha l’aria di uno che conosce il prezzo del pane, il cattivo odore di una stanza, la voglia di una donna, la vergogna di essere ridicolo. Lo si immagina al suo tavolino di New York, mentre scrive a mano, in quaderni a righe, in una lingua che molti davano già per morta e che lui continuava a trattare come se fosse la più viva di tutte. Singer lavorava in yiddish e seguiva da vicino le traduzioni, parola per parola: un umorista, uno scrittore legato al folclore, perde più degli altri quando cambia lingua. Singer sapeva di essere tradotto, cioè tradito, eppure affidava alla traduzione la propria salvezza nel mondo.
Il libro che non volle pubblicare
La nuova edizione Adelphi di Gimpel l’idiota (curato da Elisabetta Zevi e tradotto da Anna Bassan Levi) comincia con una piccola storia quasi comica. In realtà è terribile. Da giovane, nel Club degli Scrittori yiddish di Varsavia, Singer consegna a Boris Kletzkin una raccolta di racconti. Arrivano le bozze. Le legge fino a notte e più legge meno gli piacciono. Avrebbe potuto correggere, rabberciare, fingere. Invece decide di bloccare tutto, anche a costo di lavorare gratis per ripagare l’editore. Ventisette anni dopo uscirà Gimpel the Fool and Other Stories.
La morale è che la letteratura deve durare e non scomparire nell’entropia delle edizioni economiche. È un aneddoto che varrebbe da solo una recensione. Singer, il narratore dei demoni, dei falsi messia, degli amanti, dei cornuti, degli spiriti e delle capre, comincia dicendo: attenzione, la prima forma di superstizione è pubblicare ciò che non regge. E subito dopo ci consegna Gimpel, il fornaio di Frampol che tutti chiamano idiota perché crede a tutto: che lo zar arrivi in paese, che la luna sia caduta a Turobin, che il Messia sia già venuto. Gimpel sa di essere preso in giro, ma non sa mai fino a che punto. E questa è, più o meno, la nostra situazione sulla terra. Non è vero che Gimpel è stupido. Se lo fosse, il racconto sarebbe una barzelletta crudele.
Il punto è che capisce. Capisce quando lo umiliano, quando gli rifilano in moglie Elka, quando i figli che alleva probabilmente non sono suoi, quando trova un uomo nel letto. Soltanto, a ogni evidenza contrappone una domanda: e se mi stessi sbagliando? E se la menzogna degli altri non mi autorizzasse a diventare malvagio? Detto così sembra edificante. In Singer non lo è mai. È comico, osceno, doloroso. Gimpel ama una donna che lo tradisce e lo insulta. Ama bambini che non sono suoi. È ridicolo, e proprio per questo è grande.
Il fornaio e il demonio
Il momento decisivo arriva quando il diavolo gli suggerisce una vendetta perfetta: contaminare il pane, far mangiare a Frampol la propria impurità. Per una volta, l’idiota potrebbe essere più furbo dei furbi. Potrebbe restituire al paese tutto quello che il paese gli ha fatto ingoiare per anni. In molti racconti moderni sarebbe questo il riscatto: il mite che finalmente colpisce. Singer invece non ci crede. O meglio, ci crede abbastanza da sapere che sarebbe una dannazione. Gimpel seppellisce il pane, lascia i figli, prende il bastone e va per il mondo. Attorno a lui, la raccolta dispone altre figure della stessa commedia metafisica.
Nel Signore di Cracovia una comunità poverissima viene sedotta dall’oro e dal ballo. Nell’Ammazzamogli il matrimonio è una guerra di logoramento. Nello Specchio la vanità diventa un patto con il demone. In Gioia un rabbino devastato dalla perdita dei figli deve decidere se Dio sia ancora pronunciabile. Il soprannaturale, in Singer, non è evasione: è il nome che prende la realtà quando smette di fingersi ragionevole. Ciò che colpisce, alla fine, è la precisione morale. Singer non idealizza lo shtetl, non ne fa una cartolina per nostalgici. Frampol è feroce, pettegola, miserabile, sessuale, religiosa; un posto dove tutti sanno tutto di tutti e nessuno conosce davvero se stesso. I demoni non arrivano da fuori: trovano la porta aperta nella fame, nel desiderio, nella noia, nell’umiliazione. Il male non ha bisogno di grandezza. Gli basta una battuta ripetuta da un intero paese contro un uomo solo.
La verità più vasta dei fatti
Resta Gimpel, vecchio, mendicante, narratore di favole incredibili ai bambini. Dice che le bugie non esistono: se una cosa non accade oggi, accadrà domani; se non accade a uno, accadrà a un altro. È una frase da matto, oppure da santo. Non è detto che Singer scelga. Forse la sua grandezza sta lì, nel lasciarci davanti a un uomo che è stato ingannato da tutti e che, invece di concludere che non c’è verità, conclude che la verità è più vasta dei fatti. Il mondo è pieno di beffe, sì. Ma l’anima, se non si vendica, conserva ancora una possibilità di non farsene sporcare.
