Ieri sera il Convitto Palmieri ha ospitato la presentazione di “Mafie del mio stivale. Storia delle organizzazioni criminali in Italia dalle origini fino ai social network” (Manni), il nuovo libro di Enzo Ciconte, docente di Storia delle mafie italiane all’Università di Pavia ed ex consulente della Commissione parlamentare Antimafia. Lo abbiamo incontrato.
Professor Ciconte, lei sottolinea che le mafie seguono e sfruttano i cambiamenti. Qual è oggi il mutamento usato meglio dalle organizzazioni criminali?
«Le mafie hanno sempre sfruttato i mutamenti che avvengono nella società, lo dimostra oggi la presenza che hanno nella comunicazione digitale, un fenomeno epocale che sta attraversando non solo l’Italia, ma il mondo intero. Poi naturalmente loro giocano molto sulla possibilità di occultare il denaro e quindi spostarsi sull’attività finanziaria. Oggi, se è possibile fare una battuta, preferiscono occupare non il territorio materiale dei paesi, delle città, ma i territori immateriali come la finanza, anche digitale, che consente loro di occultare il capitale e di investirlo con grandi profitti».
Le mafie sono passate, come lei dice, «dall’omertà ai social». Che cosa racconta questo bisogno di esporsi?
«È un passaggio che mostra la vanagloria del mafioso, che ha sempre l’ambizione di mostrarsi e di apparire. Non dimentichiamo che sono organizzazioni segrete, e tali devono rimanere per i magistrati e le forze dell’ordine, ma sono organizzazioni i cui capi devono essere riconosciuti da tutti. Tutti devono mantenere il silenzio, ma devono anche portare rispetto. E come si fa a portare rispetto se non vengono conosciuti e riconosciuti come mafiosi? Ecco la grande ambiguità, la grande contraddizione dei mafiosi. Per questa ragione oggi hanno bisogno di manifestarsi sui social e sui social i giovani sono molto presenti. Cominciano ad avvertire una difficoltà di affiliazioni e hanno necessità di catturare l’attenzione di persone esterne e di portarle dalla loro parte. È una battaglia, se vogliamo, culturale che considero molto insidiosa e pericolosa».
Questa crisi del prestigio rituale di un tempo è un arretramento reale o una semplice trasformazione?
«Il prestigio di un tempo non ce l’hanno più. Lo dimostra anche un fatto che può sembrare paradossale: se tu hai un mafioso davanti che non è stato condannato per mafia con sentenza passata in giudicato, e lo chiami mafioso, quello ti denuncia, ti porta in processo pur essendo un mafioso. Questo proprio perché la parola mafia è una parola ostica, segna uno stigma, segna un elemento per cui la società non accetta la mafia, mentre una volta era un elemento di prestigio. Oggi non lo direbbe più nessuno, proprio per questa ragione, perché il mafioso oggi non gode più del rispetto di una volta».
Dopo le stragi e dopo la cattura di Matteo Messina Denaro, dove si colloca oggi il pericolo maggiore?
«La forza delle mafie è sempre stata una forza, oltre che interna, anche esterna, quindi professionisti, uomini politici, uomini inseriti nell’economia, uomini in grado di stabilire relazioni sociali, sono sempre stati la forza delle mafie. Il cambiamento di linea è dato dal fatto che, dopo le stragi, lo Stato ha condotto una lotta come prima non aveva mai fatto. Di conseguenza, le mafie hanno cambiato modalità, sono meno violente perché la società non accetta più la violenza».
Lei insiste sulla necessità di conoscere le complicità esterne e la verità piena sulle stragi. È qui che la storia delle mafie diventa storia del potere italiano?
«La storia italiana non è solo una storia criminale, ma il crimine ne è una sua componente. La mafia fa parte del potere politico italiano, del potere in generale italiano, non c’è dubbio alcuno. Io credo che da questo punto di vista si sbaglierebbe a non pensare alle mafie come una componente violenta del potere. Quando il potere non riesce ad essere democratico, a garantire la possibilità di affermazione attraverso reti democratiche, reti aperte e liberali, arriva la violenza. La violenza è sempre stata utilizzata dal potere per acquisire più potere o per mantenere il potere ottenuto. È la storia d’Italia, dall’unità d’Italia ad oggi, se vogliamo essere molto franchi e molto sintetici».