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L’Orlando Furioso secondo Mauro Di Ruvo, la follia governata nel grande poema del Rinascimento

Da secoli, un equivoco accompagna l’Orlando Furioso: considerarlo un poema della follia. Nulla di più comodo, nulla di più falso. La follia, nel Furioso, non è il punto d’arrivo ma il campo di battaglia; non è l’eccesso, bensì il luogo in cui la ragione viene messa alla prova. Mauro Di Ruvo, nel suo saggio Orlando Furioso.

Una perenne fuga dell’Armonia nella Follia (Edizioni Helicon), lo dice senza timidezze: Ariosto non celebra il caos, lo doma. E lo fa con un’arma antica e scandalosa per i moderni, la mediocritas. Non la mediocrità degli incapaci, ma quella oraziana, aristocratica, colta: equilibrio come forma suprema di intelligenza. Di Ruvo individua nell’ottava ariostesca il vero laboratorio di questa tensione. Non semplice metro, ma microcosmo mentale, stanza interiore, angulus da cui il poeta osserva il mondo senza esserne travolto.

È lì che la follia di Orlando viene contenuta, misurata, quasi accarezzata con ironia: una lucida distanza, quella che solo un grande autore possiede. Il saggio rifiuta con decisione la lettura scolastica dell’Ariosto come erede docile del Boiardo. Qui Ariosto è altro, autore autonomo, consapevole, persino spietato. La sua ironia non è disincanto. È la risposta di un intellettuale che vive nella corte, ne conosce i rituali, ne detesta le ipocrisie e le espone con una grazia che è già condanna.

Uno spazio morale

La parte più convincente del lavoro sta proprio nell’idea che la forma sia etica. L’ottava, con il suo equilibrio interno, diventa il luogo in cui ragione e follia trovano una tregua provvisoria. Ariosto è un architetto, lontano dall’anarchia dell’immaginazione. Ogni deviazione narrativa è controllata, ogni smarrimento ha un contrappeso. Anche l’episodio lunare, spesso letto come trionfo dell’irrazionale, diventa in questa prospettiva un atto di lucidità estrema: la follia viene collocata altrove per essere compresa, non glorificata.

Nell’opera, Di Ruvo indulge talvolta nell’erudizione. Le lunghe digressioni sulla tradizione cavalleresca e sulla Chanson de Roland rischiano di spostare l’asse del discorso. Ma è un peccato di abbondanza, di amore per la bellezza, non di debolezza. Dietro ogni pagina si avverte una convinzione profonda: Ariosto è un autore moderno perché ha accettato il limite. E solo chi accetta il limite può permettersi l’infinito. In un tempo che scambia l’eccesso per libertà e la confusione per profondità, questo saggio arriva come una salutare provocazione. Ariosto non ci invita a perderci, ma a capire. E la sua mediocrità, pensosa e lucidissima, resta una delle forme più alte di intelligenza che la letteratura europea abbia mai prodotto.

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