Le storie che parlano di maternità vengono quasi sempre raccontate dal lato giusto: quello dell’amore che salva, del sacrificio che redime, del dolore che trova un senso. Le finestre bloccate (Barta Edizioni) fa il movimento opposto. Parte da un gesto irreversibile e segue le sue conseguenze. Pubblicato da Yolaine Destremau nel 1998 con il titolo Jours de souffrance, questo libro breve e frammentato lavora su una zona di instabilità che la narrativa tende a lasciare ai margini. La maternità, la protezione, il rifugio domestico vengono osservati come condizioni esposte a una deriva lenta, quasi impercettibile.
Un tempo in bilico
La scrittura di Destremau procede per sequenze brevi, sospensioni, scarti minimi. La trama avanza seguendo il ritmo interiore della narratrice più che la concatenazione degli eventi. Le attese si moltiplicano e diventano parte integrante del senso. È una veglia sulla soglia: ciò che conta è il tempo che precede e segue l’evento, quando il significato resta instabile. La vicenda è ridotta all’essenziale. Una donna vive in un perimetro ristretto con il compagno e la figlia appena nata. Il mondo esterno continua a esistere, ma viene percepito attraverso una riorganizzazione profonda. La maternità assume una forma fusionale, pre-linguistica, in cui il legame precede la separazione simbolica. In questo spazio primario prende forma una sensibilità acuta, accompagnata da una vulnerabilità crescente.
Lo spazio come dispositivo
La trasformazione del racconto coincide con l’emergere di un luogo: la camera di servizio al settimo piano del palazzo. Uno spazio laterale, dimenticato, con finestre che lasciano passare la luce e impediscono lo sguardo. Questa configurazione architettonica agisce come principio strutturale. Lo spazio nato per offrire raccoglimento comincia lentamente a produrre inquietudine. Segnali minimi, variazioni impercettibili, una tensione che cresce per accumulo. Il rifugio perde progressivamente la sua funzione. L’ambiguità che ne deriva si fonda su una sovrapposizione instabile tra percezione, immaginazione e memoria. La voce narrante conosce solo dall’interno e questa limitazione diventa una forza. Chi legge viene coinvolto nello stesso regime percettivo, costretto a condividere un dubbio senza risoluzione. Il silenzio, i segreti taciuti, gli incontri interrotti trasformano l’isolamento in un dispositivo narrativo.
L’identità instabile
In questo sistema le figure marginali assumono un ruolo decisivo. Le prostitute sotto casa, la donna anziana, il nome enigmatico «Martina» funzionano come punti di condensazione. In loro presenza la protagonista sembra ritrovare un equilibrio momentaneo; nella solitudine lo perde di nuovo. Il femminile emerge come una costellazione fragile, fatta di riflessi e proiezioni. Il titolo italiano, Le finestre bloccate, chiarisce il rapporto irrisolto tra interno ed esterno, protezione e minaccia. La luce passa, il mondo resta inaccessibile. Questa asimmetria genera un’illusione di sicurezza che si incrina dall’interno. L’architettura stessa dell’edificio introduce il pericolo che prometteva di tenere fuori. Il libro procede così fino al suo nucleo più perturbante: la maternità come esperienza che dissolve i confini. La struttura frammentata – scansione per giorni, citazioni bibliche, riflessione interiore – aderisce al disordine psichico della protagonista. L’amore materno, assoluto e vigile, occupa ogni spazio disponibile. Quest’opera costruisce uno stato più che una storia. Chiede a chi legge di sostare in una zona di latenza, dove il significato resta mobile e la paura nasce dalla continuità. È qui che il testo continua a operare, ben oltre la sua ultima pagina.










