Mercoledì 1 aprile alle Officine Culturali Ergot di Lecce, il festival Nel Frattempo – Conversazioni sul futuro ospita la presentazione de La peste (Feltrinelli), l’inchiesta con cui la giornalista Tonia Mastrobuoni prova a raccontare il volto meno visibile dell’estrema destra tedesca. L’appuntamento è alle 19.00 in un dialogo con Ubaldo Villani Lubelli.
Indagine europea
Più che una cronaca dell’ascesa dell’Alternative für Deutschland (AfD), il libro si presenta come un racconto che parte dalle campagne e arriva fino al Parlamento tenendo insieme dimensioni diverse: comunità isolate, linguaggi politici, reti culturali, strategie di potere. Ne emerge l’idea che la destra radicale non sia soltanto una forza politica, ma un ecosistema che si alimenta nel tempo, nello spazio e nelle relazioni sociali. Il punto di partenza è la memoria.
La Germania, suggerisce l’autrice, continua a fare i conti con un passato che non si lascia chiudere definitivamente. Da questa frattura si apre la domanda che attraversa tutto il libro: come può una democrazia solida tornare a essere terreno fertile per culture autoritarie e razziste? La risposta non è univoca, ma si costruisce per accumulo. Nelle campagne della Bassa Sassonia o del Meclemburgo-Pomerania, tra comunità völkisch e pedagogie della separazione, si consolida una visione del mondo che mette al centro purezza, appartenenza, identità.
Mimetismi bruni
Uno degli aspetti più convincenti dell’inchiesta è il rifiuto di un’interpretazione caricaturale del fenomeno. Non ci sono solo simboli espliciti o nostalgie dichiarate, ma forme più sottili di radicamento. Famiglie, associazioni, pratiche quotidiane costruiscono spazi di consenso che si presentano come innocui. È qui che la minaccia si fa più difficile da riconoscere, nella capacità di abitare la zona grigia tra normalità e radicalità. Il libro restituisce anche il costo umano di questo processo, tra amministratori locali isolati e comunità progressivamente intimidite.
La svolta arriva con la crisi dei profughi del 2014 e 2015. Il «Wir schaffen das», «Ce la faremo», di Angela Merkel diventa il punto di rottura di un equilibrio fragile. Da un lato una scelta politica ed etica, dall’altro una crescente percezione di perdita di controllo. In questo spazio si inserisce l’AfD, che intercetta paure e le trasforma in consenso. Il partito muta rapidamente: da piattaforma anti-euro a contenitore di istanze sempre più radicali, in dialogo con movimenti come Pegida e con un malessere diffuso soprattutto nelle regioni dell’ex Germania Est.
Al Parlamento
Figura centrale di questa trasformazione è Björn Höcke. Mastrobuoni ne tratteggia un profilo che va oltre la dimensione politica: linguaggio emotivo, immaginario identitario, uso strategico della memoria. Con lui, la sfida si sposta sul terreno simbolico. Quando si mette in discussione il senso stesso della memoria del nazismo, non si tratta più solo di immigrazione o sicurezza, ma di un tentativo di ridefinire i fondamenti morali della Repubblica federale. La tesi del libro si rafforza proprio qui: l’AfD è il punto di approdo di un lavoro più lungo, che nasce fuori dalle istituzioni. Intellettuali e teorici come Götz Kubitschek costruiscono uno spazio metapolitico in cui idee radicali vengono elaborate, testate e poi rese accettabili. Il partito diventa così un crocevia tra dimensione parlamentare e galassia dell’estremismo.
Il nodo
Il risultato è una mappa complessa. Comunità völkisch e «Reichsbürger» (autarchici che non riconoscono la Repubblica federale e rivogliono la Germania dei confini del 1937), ambienti paramilitari, attivismo giovanile, strategie comunicative: tutto concorre a un sistema multilivello capace di incidere nel dibattito pubblico. Termini come «remigrazione», nati ai margini, entrano progressivamente nel lessico politico. È forse questo il punto più inquietante del libro: la radicalità non avanza solo nei voti, ma nelle parole, nelle abitudini, nelle percezioni. La metafora della peste, pur rischiosa nella sua generalizzazione, funziona come avvertimento. Non indica un fenomeno improvviso, ma una diffusione lenta, capillare, spesso invisibile. Il merito dell’inchiesta è proprio quello di renderla visibile, mostrando come una democrazia possa essere erosa non da uno shock, ma da una lunga sedimentazione. Ed è forse questo il senso più profondo dell’incontro leccese: leggere ciò che accade altrove come uno specchio. Non per sovrapporre contesti diversi, ma per riconoscere i segnali quando ancora sono deboli, prima che diventino sistema.