Un cortile immenso, quello degli Invalides. Sua madre non c’è più. Ci sono le bandiere, le uniformi, l’orchestra della Guardia repubblicana, Emmanuel Macron che pronuncia parole solenni su Hélène Carrère d’Encausse, storica dell’Urss, accademica di Francia, incarnazione quasi araldica di un’Europa scomparsa. Ma Emmanuel guarda altrove: verso il padre sulla sedia a rotelle, avvolto in un plaid, smarrito davanti al protocollo, a tratti dimentico di essere vedovo, a tratti devastato dal ricordo. La fessura dello stipite della porta da cui passa una lama di luce.
Kolchoz (Adelphi, nella traduzione di Francesco Bergamasco) è il nuovo libro di Carrère. Una storia di famiglia solo perché la famiglia, qui, contiene tutto: la Georgia, la Russia, l’esilio, l’Académie française, Putin, l’Ucraina, Stalin, il collaborazionismo, la vergogna, il perdono. È un libro sulla perdita, ma anche su ciò che i morti lasciano dietro di sé quando non possono più difendersi: fotografie, lettere, faldoni, oggetti ridicoli, genealogie, cartoline, bugie, silenzi. Dopo la scomparsa della madre, Carrère e le sorelle svuotano l’appartamento di rappresentanza sul Quai Conti, dove i genitori vivevano da quando Hélène era diventata segretaria perpetua dell’Académie française. Lo studio materno è solenne, pieno di simboli del potere: papi, presidenti, accademici, Vladimir Putin incorniciato in fotografia. Poi c’è Louis Carrère d’Encausse, figura meno monumentale. Lui conserva tutto: compiti scolastici, biglietti del cinema, programmi di concerti, cartoline, perfino una foglia di felce raccolta decenni prima. E soprattutto, la memoria della famiglia. Emmanuel scopre che il padre, per anni, ha ordinato le ricerche genealogiche in cinque faldoni: uno dedicato alla propria famiglia, quattro a quella della moglie. In questa sproporzione c’è un romanzo intero: un uomo che ha dedicato la propria pazienza, forse il proprio amore, alla leggenda della donna che gli stava accanto. Quando il figlio capisce la portata di quel lavoro, è troppo tardi per chiedere, per ascoltare, per sedersi accanto al padre e farsi raccontare tutto. Gli resta il materiale. L’eredità. Come se il padre gli dicesse: «ora tocca a te».
Genealogia
La Storia passa nei corpi prima ancora che nei manuali. Gli antenati georgiani, gli esuli russi, gli aristocratici decaduti dopo il 1917, i legami con la Francia e con l’Europa orientale, le vergogne familiari già affrontate in Un romanzo russo (capolavoro totale), tutto compone un grande atlante intimo.
La Russia – a proposito – è ovunque. Una malattia ereditaria, un asse verticale, una questione di sangue e di lingua. L’Ucraina brucia, il mondo crolla, eppure Emmanuel può solo restare lì, a raccontare quel piccolo fazzoletto di tempo e di terra che è stata una vita.
Stalin e i cuscini
Il kolchoz, cos’è? Da Treccani: «Nell’Unione Sovietica, l’azienda agraria collettiva, fondata sull’accordo di persone fisiche e disciplinata da un regolamento interno». Parola dura, ideologica, novecentesca. Ma nella famiglia Carrère era anche un gioco domestico: quando il padre non c’era, i bambini dormivano tutti intorno alla madre, nel letto o accanto al letto, in una specie di accampamento affettuoso. «Fare kolchoz» significava questo: stringersi intorno al corpo materno. Così la parola dell’Urss diventa una parola infantile. Stalin e i cuscini, l’Impero e il lettone, la Storia e il bisogno di essere guardati dalla madre, tutto nello stesso sguardo. Poi il ricordo di una piscina a Cazères-sur-Garonne, Hélène che guarda il figlio dai gradini di ceramica azzurra mentre lui impara a nuotare. Le spine, fino all’osso. Dopo, il perdono. Kolchoz è la sua ultima, tenera carezza della sera ai genitori. Li accompagna ancora per un tratto, perché finché un figlio è vivo può dire: sono stato qui, li ho visti, ho aperto i loro cassetti, ho provato a non tradirli più.
Un estratto di “Kolchoz”
«Secondo la vulgata psicoanalitica, la nascita delle mie sorelle mi avrebbe espulso da questo paradiso. Non è l’impressione che ho io. Jacqueline e Fred Frié mi chiamavano “il piccolo Helenou”, un soprannome che dice tutto. Quando è venuta al mondo Nathalie, nel 1960, ci siamo trasferiti dal pianterreno al primo piano – del quale non ho alcun ricordo. All’arrivo di Marina, nel 1961, dal primo al sesto, dove siamo rimasti finché, l’uno dopo l’altro, non siamo usciti di casa. Nell’appartamento del sesto piano il caminetto del salotto non solo era murato, ma, stranamente, sormontato da una vetrata – disposizione che turbava molto me e le mie sorelle nel periodo relativamente lungo in cui abbiamo creduto a Babbo Natale: da dove passava se non c’era il camino? Le due stanze attigue al salotto erano anch’esse destinate a ricevere gli ospiti. Tre stanze del genere erano tante per un appartamento, fosse pure signorile, di cento metri quadrati, occupato da una famiglia di cinque persone. I miei genitori hanno quindi trasformato la sala da pranzo in una camera da letto, senza fare nulla per conferirle un minimo di intimità. Le sue tre porte davano la prima sul salotto, la seconda sull’ingresso, la terza sul corridoio, ed erano tutte e tre vetrate. Non hanno nemmeno messo delle tende: una stanza di vetro, esposta a tutti gli sguardi. Era per assicurare che, in quella stanza, non c’era già più nulla da nascondere? E che di un quarto piccolo Carrère non se ne parlava proprio? Il fatto è che io e le mie sorelle dormivamo con nostra madre, nel letto matrimoniale, più spesso di nostro padre. Lui viaggiava molto e, appena partiva, noi ne approfittavamo. La regola, all’inizio, era che avevamo il diritto di dormire con mamma quando eravamo malati, ma lo facevamo anche senza la scusa della malattia, e tutti insieme. Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz. Non so fino a quando lo abbiamo fatto – direi: per molto tempo ancora dopo aver smesso di credere a Babbo Natale».
Si ringrazia Adelphi Edizioni per la concessione del testo