Da una tenda nella Striscia di Gaza, quando la carta è finita e il rumore delle bombe scandisce le giornate, Safaa Odah ha continuato a disegnare. Oggi quelle immagini, nate tra ottobre 2023 e dicembre 2025, arrivano in libreria nel volume Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza (pp. 176, 18 euro), pubblicato da Fandango Libri. Non è soltanto un libro di fumetti: è una cronaca quotidiana dello sfollamento, della fame, della paura, ma anche un atto di resistenza civile e immaginativa, capace di parlare senza filtri della condizione umana sotto assedio.
Disegnando l’inferno
Le bombe, la corsa al cibo, la vita sotto le tende con la sabbia che si infila ovunque, i topi che popolano gli accampamenti, l’inflazione e la fame onnipresente: nelle vignette di Safaa Odah la vita degli sfollati di Gaza prende forma con un tratto morbido ed essenziale, che evita il sensazionalismo e punta dritto all’esperienza umana. «Una telecamera da sola non riesce a catturare abbastanza bene quello che sta succedendo, mentre il disegno può aiutare a mostrarlo», dichiara l’autrice, spiegando la forza specifica del linguaggio grafico rispetto alla documentazione visiva tradizionale.
C’è l’ironia amara di chi, per addormentarsi, conta i topi invece delle pecore; c’è un cuore regalato che diventa aquilone o giaciglio; ci sono gli aiuti «umanitari» che, in una vignetta, cadono lontano, «a differenza delle bombe». «Per mangiare si deve ricorrere agli aiuti “umanitari”, che con l’umanità non hanno nulla a che fare», scrive Safaa, trasformando il fumetto in una forma di contro-informazione lucida e feroce.
La tenda come simbolo
Sfollata più volte dopo il 7 ottobre 2023, Safaa ha continuato a disegnare dal campo profughi di Al-Mawasi, arrivando a usare le pareti della tenda come tela quando la carta era diventata rara «come il pane, la sicurezza e il conforto». In una delle sue annotazioni più potenti scrive: «La tenda diventerà parte di noi, diventerà il simbolo di un’epoca. Nascerà una generazione che porterà la tenda nella sua memoria come noi portiamo la chiave delle nostre case distrutte».
Il libro attraversa due anni di guerra e genocidio: dalla sorpresa iniziale dei bombardamenti all’esodo continuo, tra speranze di pace e bambini che hanno fame o restano menomati. In una vignetta dello scorso marzo, la disillusione prende il sopravvento: «Purtroppo la guerra è ricominciata. Rafah, la mia città, è sottoposta a pesanti bombardamenti e assiste all’esodo di quel che resta dei suoi abitanti. Non sappiamo quale sarà il nostro destino, siamo in preda all’ansia e alla paura. Quando finirà questo incubo?»
Uno sguardo femminista
C’è spazio anche per il ritorno a Gaza, nell’ottobre 2025, con quella che Safaa definisce la prima alba di pace dopo due anni di guerra: l’arrivo di una minima quantità di gas, l’aumento dei prezzi della carne, la nostalgia per Rafah. E poi una riflessione netta sulla condizione femminile: da una tenda parte una scala che sale verso uno scivolo, ma conduce dritto a un’altra tenda. Così, scrive l’autrice, le ragazze «scivolano» nel matrimonio precoce, in un ciclo che sembra non offrire vie di fuga.
La postfazione è affidata a Pat Carra, che racconta l’incontro con Safaa sui social nel 2024: «Le ho chiesto subito di collaborare alla rivista Erbacce e in redazione le abbiamo dedicato la rubrica Una tenda in Palestina». Quando è uscita l’edizione inglese (Safaa and the Tent, Licaf, febbraio 2025), Carra le ha inviato una foto delle copie acquistate. Safaa l’ha condivisa con un testo che è già una dichiarazione poetica e politica: «Vivo un tempo gravato dalla fame e dal deperimento, sono assediata da una desolazione intollerabile. Però… dall’altra parte del mare, giunge una voce calda come la luce, che mi sussurra: Non sei sola… là ci sono cuori che ti sentono e ti tendono un filo di speranza».
I riconoscimenti
Il valore del lavoro di Safaa Odah è riconosciuto anche da grandi nomi del fumetto internazionale. Joe Sacco parla di «alcune delle immagini più potenti e toccanti provenienti da Gaza» presenti in questa raccolta. Mohammad Sabaaneh sottolinea come Safaa «si sia opposta alla brutalità del genocidio con sincerità senza filtri, smantellando la narrazione ufficiale che cercava di disumanizzare i palestinesi», ricordando che anche Naji al-Ali iniziò il suo percorso artistico sui muri di una tenda.
Nel 2025 Safaa Odah ha ricevuto lo Special Award di Lakes International Comic Art Festival per Safaa and the Tent, riconoscimento che premia non solo la qualità artistica delle opere ma anche il loro valore testimoniale e civile. Artista di animazione, con un master in psicologia, Safaa continua a disegnare e a condurre laboratori di fumetto per l’infanzia nei campi profughi, pubblicando su testate arabe come Al-Araby, Al-Jadeed e in Italia su Erbacce.
Safaa e la tenda non offre consolazioni facili. Mostra un labirinto oscuro «senza confini», come lo definisce l’autrice dopo aver appreso della distruzione completa della sua casa: «Una casa non è semplicemente una dimora in cui vivere. È la nostra patria. Oggi tutti i nostri ricordi sono stati infranti, distrutti, dispersi». Eppure, proprio da quella tenda, il disegno continua a farsi voce, memoria, atto di fede laico nella possibilità di restare umani anche quando tutto spinge verso la disumanizzazione.










