SEZIONI
SEZIONI
Bari
Sfoglia il giornale di oggiAbbonati

“Nella carne”, il corpo diventa moneta e la vita fa il suo prezzo nel romanzo di David Szalay

C’è un modo crudele, ma anche incredibilmente onesto, di raccontare un’esistenza: non cercare «il carattere», non cercare «la psicologia», non cercare nemmeno «il senso». Seguire invece la materia prima – il corpo – e vedere che cosa fa al mondo e che cosa il mondo fa a lui. Nella carne (Adelphi) di David Szalay è…
l'edicola

C’è un modo crudele, ma anche incredibilmente onesto, di raccontare un’esistenza: non cercare «il carattere», non cercare «la psicologia», non cercare nemmeno «il senso». Seguire invece la materia prima – il corpo – e vedere che cosa fa al mondo e che cosa il mondo fa a lui. Nella carne (Adelphi) di David Szalay è questo: un romanzo che ti prende per il polso e ti porta dove non avevi programmato di andare. Ti parla con frasi che sembrano appunti, quasi sottovoce, con una calma che a tratti fa più paura della violenza.

Il corpo come misura

Il protagonista si chiama István e lo incontriamo a quindici anni, in una città nuova, in una scuola dove l’ordine sociale è già stato deciso da altri, e lui è in ritardo. È lì che Szalay piazza il primo chiodo: il sesso non come iniziazione romantica, ma come imbarazzo, confronto, competizione, misura di sé. Un amico gli parla di fantasie e di masturbazione con la naturalezza di chi sta nominando un videogioco; István, invece, conta le volte e si sente inadeguato. E quando finalmente attraversa la ferrovia per «farlo» davvero, non succede niente: succede la paralisi, la vergogna, l’incapacità di essere ciò che si «dovrebbe essere». Poi, quasi senza che il romanzo cambi tono, cambia la temperatura morale. La donna «di fronte», quella che la madre gli impone di aiutare con la spesa, gli chiede un bacio. È una richiesta assurda, eppure avviene; e da quel punto la storia diventa un laboratorio: desiderio e disgusto, potere e dipendenza, affetto e umiliazione. Szalay non vuole l’effetto: insiste sui dettagli domestici (dolci, cucina, pianerottoli), e proprio per questo il sesso appare come qualcosa di animalesco e al tempo stesso burocratico, ripetuto, contrattuale. L’osceno evade l’atto e si fa scarto tra ciò che István prova e ciò che pensa di dover provare.

La colpa come costruzione

La prima grande svolta – e la prima vertigine – arriva sulle scale, in una zuffa «più che altro strattoni e spintoni», e un corpo che cade male: un incidente che diventa omicidio, o che forse lo è sempre stato, perché basta che un poliziotto insinui un’intenzione e la memoria comincia a riscriversi. È uno dei punti più disturbanti del libro: non la morte, ma l’idea che la volontà si possa costruire dopo, a posteriori, come una colpa che ti viene comoda perché spiega tutto. Da lì in poi Nella carne è un romanzo «a stazioni» (numerate, come se fossero fascicoli): István cresce, si sposta, cambia paesi, lavori, accenti. Croazia, traffici opachi, amicizie da istituto minorile, poi Londra e un’educazione sentimentale rovesciata: niente amore che salva, ma opportunità deformano. È la city di ascensori silenziosi e appartamenti austeri, di corse a Battersea Park e lavori di sicurezza in locali dove il corpo altrui è merce e il tuo diventa strumento.

La carne e il capitale

E siccome Szalay è uno scrittore europeo nel senso più freddo del termine – non cosmopolita, ma circolatorio – fa accadere l’evento decisivo nel punto in cui la carne incontra il capitale: l’ingresso in un universo ricco, patrimoniale, legale, dove tutto è azioni, fondi, avvocati, condizioni. István entra lì come si entra in un corpo più grande del proprio, con la stessa miscela di eccitazione e timore. E quando, più avanti, affiora un conflitto che riguarda denaro e legami familiari, il romanzo compie uno scarto silenzioso ma decisivo. Non perché chiarisca le responsabilità, ma perché mostra quanto sia ormai impossibile separare il torto dalla necessità. A quel punto non ha più senso stabilire se siamo davanti a un abuso o a una strategia di sopravvivenza affinata nel tempo: ciò che conta è che István, ancora una volta, si muova dentro una relazione che non governa, ma che attraversa adattandosi. Szalay è bravo nel costringerti a seguirlo. E seguendolo senti che la morale, qui, non è un tribunale, ma un clima. È in questo spazio opaco che prende forma la progressiva separazione tra l’uomo e il proprio corpo. Non come trauma improvviso, ma come educazione. Il corpo diventa qualcosa da gestire, da proteggere, talvolta da spendere; la compulsione prende il posto della scelta, la vergogna diventa una grammatica. Anche quando affiora una forma di tenerezza, resta imperfetta, incapace di tradursi in gesto.

Da qui in avanti il romanzo smette di cercare snodi e comincia a registrare un’erosione. Non c’è un «finale», ma una perdita progressiva di consistenza: i gesti si ripetono, i legami si allentano, il tempo non porta rivelazioni ma assuefazione. La vita di István procede per sottrazione, come se ogni passaggio lasciasse dietro di sé un residuo più leggero, meno afferrabile. Anche ciò che potrebbe sembrare decisivo accade senza enfasi, senza che il testo lo segnali come tale. È in questa scelta che Szalay porta fino in fondo la propria idea di romanzo. Nella carne raggiunge il suo compimento senza chiedere mai di essere letto come un caso esemplare. Lavora piuttosto su una domanda: che cosa succede a un uomo quando impara presto che il corpo è una moneta, e che la dignità è un lusso? Il libro usa materiali che potrebbero facilmente scivolare nel sensazionale – sesso, violenza, dipendenza – ma li svuota di ogni retorica. Non pornografia, non sociologia: più crudamente, un romanzo sull’educazione al mondo, su come si diventa adulti non scegliendo, ma adattandosi; non capendo, ma attraversando. Ed è forse per questo che, alla fine, ciò che resta addosso non è la sensazione di aver «conosciuto» un personaggio, ma di averlo sfiorato. Come se l’autore dicesse: non cercare un senso ultimo, non cercare una morale conclusiva. Guarda soltanto questo corpo che passa di mano in mano, di paese in paese, di desiderio in desiderio. Spesso è così che prende forma una vita.

CORRELATI

Libri","include_children":"true"}],"signature":"c4abad1ced9830efc16d8fa3827ba39e","user_id":1,"time":1730895210,"useQueryEditor":true,"post_type":"post","post__in":[478660,478598,478593],"paged":1}" data-page="1" data-max-pages="1" data-start="1" data-end="3">

Lascia un commento

Bentornato,
accedi al tuo account

Registrati

Tutte le news di Puglia e Basilicata a portata di click!