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Da Fenoglio a Malaparte, i libri che restituiscono al 25 aprile la sua forza tragica e civile

«Non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere». Povero Milton. «Poor», verrebbe da dire, rievocando lo Yorick di Shakespeare, quando Amleto stringe il suo teschio e riflette sulla caducità della vita. Esagerato? Nient’affatto: la Resistenza italiana – la guerra civile – non ha nulla da invidiare, per epica, alle grandi tragedie a teatro.

Milton è il ventiduenne che scappa dalle pallottole dei Repubblichini nelle Langhe piemontesi, fa la lotta partigiana, sulle montagne, come tanti, la spola da un covo all’altro – «alto, scarno, curvo di spalle» – e sogna non già di liberare l’Italia, non solo, ma anche di liberare sé stesso dalla morsa amorosa che lo attanaglia e che si chiama Fulvia. Dov’è? Che fine ha fatto? È lei la «Questione privata» di cui narra Beppe Fenoglio, forse il libro per antonomasia da cui partire e al quale tornare quando si vuole riscoprire attraverso i libri la Liberazione italiana dal nazi-fascismo: quel 25 aprile troppo spesso stazzonato, infiacchito da un lato, imbolsito dall’altro, neanche fosse una coperta troppo corta. È la «storia individuale» che intreccia la Grande Storia, la quale pure è presente, filtrata dallo sguardo di un ragazzone che soffre e ama e, al contempo, non crede ai propri occhi, come quando vede il quattordicenne Riccio fucilato dai fascisti: «O mamma. No, è troppo grossa», Fenoglio gli mette in bocca solo queste parole – in fondo, è solo un bambino.

Calvino e Viganò

Restando tra i classici si va da Fenoglio a Calvino, suo «sponsor» ai tempi di Una questione privata ed egli stesso autore della Liberazione. Quando uscì, nel 1947, Il sentiero dei nidi di ragno stupì tutti, già anticipando la tipica visione calviniana della realtà. Protagonista è un bambino cresciuto troppo in fretta, Pin, completamente abbandonato a sé stesso, senza madre, col padre lontano, la sorella prostituta degli occupanti tedeschi: vive la guerra come un gioco incosciente, Pin, ma la pistola che ruberà al nazista è reale.

Ed è di questi giorni, invece, la riedizione a firma Einaudi de L’Agnese va a morire di Renata Viganò: arricchita da una prefazione di Daniela Brogi, con la nota postfazione di Sebastiano Vassalli, è la storia di una lavandaia di Comacchio che, dopo la morte del marito per mano nazifascista, sceglie di diventare una staffetta partigiana. «Agnese capiva poco di politica, ma sapeva distinguere il bene dal male»: è questa l’essenza della protagonista la quale, come scrive la Viganò, «non aveva mai avuto paura», tanto da comprendere che «non c’era più niente da aspettare, bisognava fare qualcosa». In quest’ultima frase poi, c’è il riscatto delle figure femminili che, contrariamente alle narrazioni più diffuse, hanno fatto la loro parte nella lotta per la Liberazione.

Vetro e Aldo

Lo sa bene Redenta, protagonista de I giorni di Vetro di Nicoletta Verna, caso editoriale del 2024 la cui esclusione tra i finalisti alla precedente edizione del Premio Strega ha lasciato non pochi lettori di sasso. Vetro non è una metafora, è un nome, anzi un uomo, una creatura malvagia e fascistissima, fiera del male perpetrato al prossimo: la sua parabola di sangue si intreccia con quella di Bruno, l’antieroe partigiano che imperversa lungo l’appennino tosco-emiliano. Castrocaro, comune di nascita di Redenta e della sua famiglia, è anche il luogo in cui secondo il romanzo i più alti gerarchi fascisti si riunirono dopo l’Armistizio per riorganizzarsi contro i nemici: si narra di un attentato non riuscito che avrebbe potuto cambiare le sorti della storia.

Restando nella letteratura contemporanea, un «a parte» merita l’ultimo romanzo di Roberto Cotroneo, La nebbia e il fuoco (Feltrinelli, 2025), in cui si racconta di Aldo, ex professore d’inglese con un insospettabile (e sempre nascosto) passato da partigiano. La sua vicenda si lega a un’azione dimostrativa che portò all’assassinio di un colonnello fascista: incredulo, il narratore compie una vera e propria indagine storico-letteraria, sollevando la polvere su un personaggio che, scriverà, appartiene a «un’altra specie di uomini».

Malaparte

Chiude, infine, un classico atipico, tanto differente quanto impattante rispetto al romanzo fenogliano posto in apertura di carrellata. La pelle di Curzio Malaparte, infatti, è un unicum assoluto, nel quale però i napoletani protagonisti, dopo aver scacciato i nazisti, sono alle prese con i nuovi occupanti americani. Qui i grandi generali si appropriano degli antichi palazzi, trangugiano «il rosso violaceo dello spam» di Chicago davanti agli arazzi sopravvissuti alle bombe, mentre la ex nobiltà napoletana si confonde con la plebe: lava, rispetta e officia morti non suoi. L’Occidente è solo una murmure, una lontana promessa: sotto il Vulcano – ricordando un altro grande titolo – è buio pesto, è miseria, è sopravvivenza. Baratto e compromesso. «Se si rispettano i templi e gli Dei dei vinti» scrive invano Malaparte, «i vincitori si salveranno».

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