«Che cosa sto dando per scontato?». È la domanda che Gianrico Carofiglio vorrebbe lasciare a chi legge “Accendere i fuochi” (Mondadori). Un richiamo all’ordine che, se preso sul serio, costringe a spostarsi, a rimettere in discussione ciò che sembrava già deciso. Il libro si muove tutto dentro questa tensione.
Parla di invisibilità, di parole che feriscono o salvano, di errori che insegnano più delle certezze. Ma soprattutto insiste su una responsabilità, quella di pensare, di scegliere, di non delegare. Ne nasce una conversazione che evita gli slogan e preferisce le sfumature, in cui Carofiglio torna su alcuni dei suoi temi più radicali – il dubbio, la gentilezza, il linguaggio – senza mai trasformarli in frasi da scatola dei cioccolatini.
Carofiglio, nel libro lei torna sull’idea che educare non sia «riempire secchi ma accendere fuochi»: se guarda alla sua vita, chi è stata la persona che ha acceso il suo primo fuoco, e chi, invece, ha provato a spegnerlo?
«Non saprei indicare una sola persona, e forse è già una risposta. I fuochi si accendono spesso per attrito, per incontri anche brevi, per libri arrivati al momento giusto. Se proprio devo scegliere, direi la mia maestra delle elementari – suor Giovanna – una donna intelligentissima e piena di umanità, capace di trasmettere curiosità più che nozioni. Quanto a chi ha provato a spegnere, non penso a figure precise ma a un clima: quello che premia l’obbedienza tranquilla e guarda con sospetto il pensiero indipendente. È un clima che si incontra presto, e che ogni tanto torna».
Lei difende il dubbio come una forma di libertà, quasi una disciplina civile. C’è stato un momento della sua vita in cui avrebbe voluto avere meno dubbi e più certezze, anche al costo di semplificare la realtà?
«Certo, più di una volta. Il dubbio è faticoso, rallenta, costringe a soste di cui spesso non abbiamo voglia. La tentazione di semplificare è forte, soprattutto quando bisogna decidere in fretta o quando si è stanchi. Poi però ci si accorge che le certezze facili hanno un costo alto: riducono il nostro orizzonte sul mondo e, alla lunga, anche la nostra intelligenza».
Nel libro parla degli «invisibili», quelle persone che esistono ma non vengono davvero viste. Si è mai sentito così, magari in un momento in cui, dall’esterno, sembrava invece pienamente realizzato?
«Sì. L’invisibilità non coincide con il fallimento, anzi a volte lo attraversa di sbieco. Ci sono momenti in cui si è “visibili” per il ruolo, per quello che si rappresenta, ma non per ciò che si è davvero. È una forma di scarto tra immagine e sostanza che può essere anche piuttosto solitaria».
Scrive che le parole non sono mai innocue, che possono ferire o curare e lasciare tracce durature: qual è la ferita più profonda che le è stata inflitta da una parola e che in qualche modo continua a lavorare dentro di lei?
«Più che una parola precisa, direi un certo tipo di giudizio liquidatorio, espresso o sottinteso. Quelle frasi che non argomentano ma classificano, a volte in modo sprezzante. E poi i silenzi, che a volte sono più eloquenti di qualsiasi insulto. Col tempo si impara a riconoscerli per quello che sono, ma non è detto che smettano di fare effetto».
Mette in discussione il modello tradizionale di maschilità, fatto di controllo, forza e rimozione della fragilità. Cosa ha dovuto disimparare negli anni per diventare la persona che è oggi?
«L’idea che la vulnerabilità sia un difetto da nascondere. E anche una certa inclinazione al controllo, che spesso si traveste da responsabilità. Disimparare non è un atto definitivo: è un lavoro in corso, con ricadute e piccoli progressi».
Il libro propone una forma di «lotta gentile», che non rinuncia al conflitto ma rifiuta la distruzione. In un’epoca in cui sembra vincere sempre chi urla di più, la gentilezza è una scelta etica, una strategia politica o una forma di resistenza quasi solitaria?
«Direi tutte e tre le cose insieme. È una scelta etica, perché riguarda il modo (i valori) in cui si decide di stare al mondo; è una strategia politica, perché produce effetti concreti nei rapporti tra le persone; e certo è una forma di resistenza, a volte solitaria ma che aspira a diventare un’azione collettiva».
Lei insiste sul fatto che vedere davvero gli altri sia già un atto politico. Oggi chi sono le persone che continuiamo a non vedere?
«Sono molte: chi lavora in condizioni invisibili, chi non ha voce nei luoghi in cui si prendono le decisioni, chi viene ridotto a categoria. Il prezzo è alto, perché ogni invisibilità è anche una semplificazione del reale, e le semplificazioni, prima o poi, presentano il conto. Il successo di pericolosi populismi in ogni parte del mondo ne è un esempio».
Nell’opera emerge un’idea molto forte del linguaggio come spazio di potere: c’è una parola che rimpiange di aver usato o una che non ha avuto il coraggio di dire quando sarebbe stato necessario?
«Ci sono parole dette con leggerezza, che avrebbero meritato più attenzione, ma soprattutto parole non dette per prudenza, esitazione, paura dei sentimenti. Penso spesso a cose che non ho detto, magari pensando – e sbagliando – che fossero scontate. Un errore grave: il silenzio a volte è utile e importante, altre volte è un luogo delle occasioni mancate e che non ritornano».
Lei rivaluta l’errore come passaggio inevitabile e persino necessario per capire il mondo: qual è l’errore che l’ha cambiata di più?
«Più che un singolo errore, direi una serie di scelte fatte con una sicurezza eccessiva. Errori che, a posteriori, si sono rivelati istruttivi proprio perché hanno incrinato quella sicurezza. È una lezione che si impara lentamente: l’errore non è una deviazione dal percorso, spesso è il percorso».
Se dovesse scegliere una sola domanda da lasciare accesa nella mente di chi la legge, quale vorrebbe che fosse?
«Forse una domanda semplice solo in apparenza: che cosa sto dando per scontato? È una domanda che, se presa sul serio, ha la capacità di mostrarci orizzonti completamente nuovi».