C’è una parola nel titolo della silloge poetica a cui dedico queste righe, che funge da nodo gravitazionale, in una moltiplicazione di sensi a ogni rilettura, ed è «caos». Maria Pia Latorre l’autrice, la introduce affidandosi all’aforisma nietzschiano sul caos necessario a partorire una stella danzante, e con questo gesto inaugurale già dispone il lettore a una duplicità: il caos come disorientamento del vivere contemporaneo, ma anche come condizione generativa, «humus» oscuro da cui la parola poetica può emergere. Non a caso in esergo figurano sia la citazione di Nietzsche sia un passo della Teogonia esiodea, due testi che dall’antichità a oggi hanno pensato il caos come principio cosmologico e come soglia del divenire: È stato per caos è infatti il titolo dell’opera, edita da Tabula Fati.
Latorre non è figura nuova al panorama della poesia civile. Insegnante di scuola primaria e coordinatrice del gruppo poetico incentrato sulla difesa dell’ambiente, «L’isola di Gary», curandone quattro antologie collettive, a cui anch’io ho aderito, partecipando a diverse iniziative. Ha già dato alle stampe Flamenco e cioccolato, 2021 ed Esemplare l’umano, 2023 e redige la rubrica di poesia «Pane e Quotidiano», e di recente ha scritto per il teatro. La sua biografia intellettuale disegna insomma il profilo di una voce profondamente radicata nel territorio.
Geografie interiori
Una raccolta di cinquanta composizioni distribuite in due sezioni: Viaggio clandestino, che apre l’opera, ed È stato per caos, che le dà il nome, ed è preceduta da un’introduzione di Paolo Polvani, poeta e animatore culturale barlettano, che non esita a richiamare l’urgenza planetaria, la terra sull’orlo di un punto di non ritorno, come sfondo entro cui leggere l’intera operazione poetica.
Il titolo della prima sezione non è casuale: il viaggio è la metafora strutturante di questi versi. La raccolta si apre con una lirica che ha per scenario il finestrino di un treno, con gli occhi di una piccola profuga che guarda il mondo esterno, e si chiude con la figura dello stesso finestrino come lente geografica e spirituale sull’esistenza. Il treno, allegoria dell’attraversamento, permette a Latorre di indugiare sui luoghi che la abitano: Ravenna, Viterbo, la Murgia, la Daunia, quest’ultima ritratta con tre versi di assoluta densità sensoriale, e Torino, di cui coglie un’essenza esoterica e notturna. La geografia, in questi testi, non è mai puro paesaggio: è sempre paesaggio interiore, territorio dell’anima che cerca corrispondenze nel mondo fisico.
Il caos presente
Il nucleo tematico più potente è però quello della seconda sezione. Qui il caos cessa di essere metafora e diventa condizione esistenziale, diagnosi del tempo presente. Il caos di Latorre è il caos quotidiano che la società e le singolarità psichiche cercano di articolare in un sistema vivibile, riuscendoci solo in parte. Non si tratta di un caos estetizzato né di un disordine compiaciuto: è la pressione del reale, la tecnocrazia, la guerra, la devastazione ambientale, che si abbatte su una soggettività lirica che non cede alla rassegnazione ma nemmeno può permettersi l’euforia. La dimensione del vissuto la trattiene in perimetri materici: personalmente nell’ecologismo di Latorre non colgo tanto una militanza ideologica ma una visione cosmologica, un sentimento del vivente che attraversa ogni composizione senza mai tramutarsi in pamphlet. Mi piace a riprova citare questi versi: «Sono anch’io un acino piccolo / in attesa, nemmeno a un bivio / E arriverà il giorno / che butteremo via le mie scarpe e / non sarà necessario sradicarmi». O ancora: «Così sciamano i poeti con le stelle / alcuni sono soli sulla curvatura / e si specchiano al buio di un riflesso…».
La parola poetica
Sul versante stilistico, la poesia di Latorre si muove su un duplice binario tra neo-ermetismo e comunicatività lirica: da un lato una certa oscurità di superficie, immagini che richiedono sosta e ascolto; dall’altro un respiro musicale che si rivela appieno nella lettura ad alta voce, dove ritmo e pause si dispiegano come note su uno spartito. Non è mai una poetica della chiusura, ma di una densità che si apre lentamente, come fanno certi materiali stratificati che sotto pressione rivelano la loro struttura interna. È stato per caos sa stare dentro la contraddizione senza cercare consolazioni facili. Latorre non offre risposte né rimedi poetici al disordine del presente: offre testimonianza, attenzione, cura. E forse è questo, oggi, il gesto più radicale che si possa compiere.
