Per anni le dipendenze sono state raccontate come una colpa privata, un cedimento della volontà. Oggi la medicina le restituisce alla loro complessità. Roberto Settembre, neurochirurgo impegnato nello studio dei meccanismi neurobiologici e psicologici dell’addiction, nel libro Dipendenze: comprendere, prevenire, curare propone un cambio di sguardo netto, dalla morale alla clinica, dal giudizio all’ascolto. Un approccio che intreccia neuroscienze, esperienza clinica e dimensione umana, con l’obiettivo di mostrare che capire è il primo passo per curare.
Dottor Settembre, quanto è ancora radicato oggi il pregiudizio morale nei confronti di chi soffre di dipendenze?
«Purtroppo ancora molto. Nonostante i progressi della medicina, molte persone continuano a pensare che la dipendenza sia una scelta o una debolezza. Questo crea due problemi: il primo è lo stigma, cioè l’etichetta che ti viene data; il secondo è il ritardo nella richiesta di aiuto. Chi soffre tende a nascondersi, a vergognarsi, e questo peggiora la situazione. Finché continueremo a leggere la dipendenza in chiave morale, faremo fatica a curarla in modo efficace. Dobbiamo spostare lo sguardo: dalla colpa alla comprensione».
Lei descrive la dipendenza come un tentativo di trovare sollievo da un dolore. È più una malattia o un sintomo?
«Entrambe le cose. È una malattia perché coinvolge modificazioni reali del cervello. Ma è anche un sintomo, perché spesso nasce come risposta a un dolore: stress, trauma, vuoto emotivo. La sostanza o il comportamento diventano una forma di “auto-terapia”. Il problema è che questa soluzione, nel tempo, diventa essa stessa il problema. Per questo non basta togliere la sostanza: bisogna capire cosa c’è sotto».
Nel suo libro emerge con forza il ruolo delle neuroscienze. Quanto hanno cambiato l’approccio clinico?
«Oggi hanno un ruolo centrale. Hanno dimostrato che la dipendenza non è solo un comportamento, ma un’alterazione dei circuiti cerebrali, in particolare quelli della ricompensa e del controllo. Questo ha cambiato l’approccio clinico: non parliamo più solo di “smettere”, ma di ristabilire un equilibrio tra impulso e controllo. E questo apre la strada a terapie più mirate e integrate».
Dipendenze da sostanze e dipendenze comportamentali vanno considerate con la stessa urgenza?
«Sì, perché il cervello non fa una distinzione morale tra una sostanza e un comportamento. Quello che conta è il meccanismo. Gioco d’azzardo, smartphone, relazioni tossiche attivano gli stessi circuiti dopaminergici. In alcuni casi sono ancora più insidiosi perché socialmente accettati. Per questo vanno riconosciuti e trattati con la stessa attenzione».
Lei insiste molto sul concetto di vulnerabilità: quanto conta davvero la predisposizione genetica e quanto, invece, incidono ambiente e storia personale?
«Non esiste una risposta unica. La dipendenza nasce dall’interazione tra più fattori: predisposizione genetica, esperienze di vita, contesto sociale, traumi. Ed è un punto cruciale, perché significa che intervenire sul contesto può fare la differenza».
Le nuove terapie rappresentano una svolta o siamo ancora in fase sperimentale?
«Siamo ben oltre la sperimentazione. Tecniche come la stimolazione magnetica transcranica o il neurofeedback non sono più fantascienza, ma strumenti concreti che iniziano a trovare applicazione clinica. Non rappresentano una soluzione miracolosa, ma un’integrazione importante alle terapie tradizionali. Possiamo dire che non siamo ancora a una svolta definitiva, ma siamo sicuramente su una strada nuova e promettente.»