Marco Cardetta è uno scrittore pugliese con una formazione filosofica compiuta a Siena: Stirner, Michelstaedter, Deleuze, Florenskij, tra i nomi che lo hanno accompagnato, e una traiettoria letteraria che fin dall’inizio ha cercato forme ibride, instabili, resistenti alla classificazione. Il premio Esor-dire nel 2008 con Prime giovani suites e poi, nel 2016, Sergente Romano per LiberAria, testo che ha generato una vita extratestuale fatta di spettacoli, cunti, camminate in natura, a cui ho avuto il piacere di partecipare, segnalano un autore che concepisce la letteratura come pratica da vivere, non come prodotto da consegnare al mercato. Con …dal mare – Nero di Odessa – Cardetta approda a Les Flâneurs Edizioni nella collana «Icone» diretta da Alessandro Cannavale, e compie un passo ulteriore verso un’opera totale, senza rete.
Prima della guerra
Va detto subito, perché è un dato che cambia la prospettiva di lettura: questo libro è stato concepito, scritto e concluso prima del 2022, prima cioè che il nome di Odessa tornasse a riempire i notiziari come simbolo di una guerra. Cardetta ha scelto di non prendere parte al dibattito geopolitico, e il testo mantiene una propria autonomia rispetto all’attualità. Il rischio, in questo momento storico, è che il lettore vi proietti significati che l’autore non ha cercato. Ma il rischio opposto, leggere il libro come semplice esercizio di esotismo su una città lontana, sarebbe ancora più fuorviante. Odessa è qui una scelta radicalmente letteraria: la città più cosmopolita e plurale d’Europa orientale, costruita e ricostruita da italiani, greci, ebrei, russi, ucraini, turchi, armeni, è il luogo ideale per un’opera che vuole mettere alla prova i limiti stessi della lingua poetica italiana. Il libro si articola in 22 stanze che possono essere lette in sequenza o in modo non lineare, creando ogni volta una rete diversa di risonanze. Non si tratta di una silloge, definizione che sarebbe riduttiva, né di un poemetto nel senso classico: Cardetta costruisce qualcosa di più vicino al romanzo in versi, con una galassia di personaggi ricorrenti che acquistano spessore stanza dopo stanza.
Umanità marginale
Romàn, Ljubka, il marinaio Mu-Mu, Daka, Drshy, zio Pesja: figure grottesche, tenere, spesso comiche e dolenti insieme, che abitano la città come ne fossero il sedimento umano più autentico. Non gli eroi, non i potenti, ma i marginali, gli erranti, i dimenticati. Gente come Ivanov, che considera festa e privilegio lavarsi, gente che si sveglia in un pomeriggio piovoso e trova il colore del Carnevale, e le orchidee sgargianti sulle camicie, che sorseggia vino asprigno di Krym, mentre Daka abbaia, ulula, anche se «a far di questi scherzi,/cani veri/si finisce.» È un’umanità che ricorda certa letteratura yiddish dell’Europa orientale, Sholem Aleichem prima ancora che Babel’, nella sua capacità di trovare nell’ironia e nell’assurdo una forma di resistenza alla tragedia. Per «rinascere rosa», come nel verso finale de «l’epitaffio stupido di Romàn» che apre il poema.
Lingua inventata
Il nodo critico più interessante del libro è formale, e va affrontato direttamente: Cardetta costruisce una lingua che non esiste, ma che è più vera di qualsiasi lingua esistente per dire quella città. Arcaismi, dialettalismi pugliesi, russismi, ucraineismi, yiddish, greco antico si fondono in un impasto che non è pastiche né citazionismo: è il tentativo di fare della lingua stessa il contenuto, di far sì che il lettore sperimenti nella lettura la vertigine identitaria che Odessa produce nella storia. Questo plurilinguismo, che trova precedenti illustri, da Rabelais al Joyce del Finnegans Wake, fino all’Edoardo Sanguineti più sperimentale, corre sempre lo stesso rischio: che l’invenzione linguistica diventi autoreferenziale, che la forma si chiuda su se stessa escludendo il lettore invece di coinvolgerlo. Cardetta riesce, in larga parte, a evitare questa trappola, perché la lingua ibrida è sempre al servizio dei personaggi, della loro voce, del loro corpo. Quando funziona davvero, si ha la sensazione rara che quei versi non avrebbero potuto essere scritti in nessun altro modo. Inoltre, sin dai primi versi notiamo il ricorso all’apocope, anacronismo deliberato che trasporta le stanze in una dimensione al di sopra del tempo e insieme accresce l’intonazione ironica.
Pagina partitura
La struttura tipografica potenzia questa intenzione: colonne parallele, indentature irregolari, parole sospese nel bianco della pagina. Il silenzio è composto quanto il suono, e la pagina diventa partitura. Inoltre, sin dai primi versi notiamo il ricorso all’apocope, anacronismo deliberato che trasporta le stanze in una dimensione al di sopra del tempo. …dal mare – Nero di Odessa – è un’opera difficile, nel senso più nobile del termine: chiede al lettore di rinunciare a qualsiasi aspettativa di trasparenza e di accettare una lingua che non traduce, ma trasforma. Non è un’opera per tutti, né vuole esserlo. In un panorama poetico italiano spesso ripiegato sull’intimo o dispiegato sul civile, Cardetta sceglie la via più impervia: il poema visionario a struttura aperta, la città come cosmo, la lingua come campo di battaglia culturale. Vi sono stanze che spiccano sulle altre, capaci di reggere al meglio il peso del progetto: qui la densità dell’impasto linguistico sa imporsi davvero come risorsa. Ma in tutte l’ambizione è autentica, e l’opera nel suo insieme ha una coerenza interna che pochi libri di poesia contemporanea possono vantare. Vale la pena leggerlo, e poi rileggerlo, con una mappa diversa per attraversare le onde del mare Nero.
