«Io non ho radici, in me non si è piantato alcun suolo. Non ho origini». Prima ancora di raccontarti qualcosa, Yasmina Reza ti toglie il terreno sotto i piedi. Nessun laccio di sangue, nessuna patria, nessuna nostalgia utilizzabile. Niente mitologia dell’origine.
Per anni Reza ha costruito personaggi affilati, crudeli, ironici. Ha fatto esplodere salotti, amicizie, coppie, sistemi di potere. Oggi decostruisce se stessa. Da nessuna parte (Adelphi) è un’autopsia dell’identità. Il padre nato a Mosca, cresciuto altrove, incapace di rispondere davvero alla domanda «da dove vieni». La madre ungherese che, quando si sfiora l’infanzia, taglia corto: bisogna voltare pagina. Voltare pagina rispetto a cosa, se il libro non è mai stato aperto? E poi c’è lei, diventata madre, che scopre di non avere una lingua da consegnare ai figli. Nessuna ninnananna ereditaria, nessuna parola che venga da prima. E allora inventa una lingua. Lontano da ogni gesto lirico, è una soluzione tecnica al vuoto.
In un viaggio in auto, parlando di questo nostro tempo, Emanuele Trevi mi ha fatto notare che molti scrittori contemporanei, dopo aver costruito universi, sentono il bisogno di tornare a raccontarsi. Non per narcisismo, ma perché qualcosa li chiama indietro. Solo che Reza, quando torna, non trova un centro. Se questo è il tempo dell’io, Da nessuna parte è il libro di un io che non si lascia afferrare. I frammenti lavorano così, in apparenza minimi, quasi laterali. Una fotografia in cui da adolescente si vede «brutto anatroccolo». Un pomeriggio in campagna in cui non viene scelta per essere fotografata tra le bambine belle. Briciole raccolte da formiche che fanno su e giù nella memoria.
Non c’è scena madre. Non c’è rivincita. Non c’è trauma da mettere in cornice. Reza non vuole amplificare, e nemmeno teatralizza. Riporta. E in questa asciuttezza asettica abita la sua ferocia. Poi il rapporto con i figli, Alta e Nathan. Il giardinetto sotto casa diventa un osservatorio del tempo. La finestra è un confine. Ogni saluto è già una distanza che si prepara. Non c’è sentimentalismo, non c’è compiacimento. C’è una madre che guarda e sa. Sa che ogni gesto è in anticipo sulla perdita. Che ogni attraversamento del marciapiede è già un addio in miniatura. È una maternità senza retorica, e proprio per questo spietata: misura l’infanzia nel suo dissolversi. Tutto fa male in questo libro e tutto odora di carezza. Come quando racconta del padre, davanti allo specchio, nudo. Osserva il proprio volto e lo chiama «la maschera della morte». Un uomo che prende atto del proprio cambiamento. La figlia ascolta. La scena dura pochi istanti, ma basta. Perché in quel momento si capisce che Reza non cerca una verità sentimentale. Cerca una verità ottica. In Hammerklavier la relazione con lui diventa una partitura a due mani, letterale e simbolica. L’adagio della Sonata op. 106 di Beethoven diventa terreno di competizione, orgoglio, affetto, ironia. C’è una scena memorabile: il padre malato, accetta di suonare l’adagio. Sbaglia. Riparte. Usa troppo pedale. Massacra la musica. E la figlia, invece di piangere, trattiene a fatica una risata. Quella che potrebbe essere letta come crudeltà è un cortocircuito emotivo. L’imperfezione.
Reza sa esporsi senza trasformarsi in personaggio. Lascia che i propri «io» vengano fuori senza bandiere svolazzanti, senza monumenti. Il risultato è una zona d’attrito in cui identità, memoria e corpo convivono senza soluzione. Chiude il libro una consapevolezza infantile sull’identità, colta prima ancora di saperla nominare. È una scoperta precoce e definitiva: l’appartenenza è energia e vertigine insieme. E la scrittura serve a restare dentro quella vertigine, senza cercare appigli, né scuse.