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Da Genova a Gaza, il viaggio di Arturo Scotto diventa un libro e torna al centro del dibattito pubblico

Oggi, alle ore 18.30, in Libreria Feltrinelli, Arturo Scotto presenta “Flotilla. In viaggio per Gaza” (Giunti, 2026), dialogando con Rossella Matarrese, Marina Angiuli e Rosanna Perillo, in un incontro promosso dall’Associazione Enrico Berlinguer Terra di Bari.

Un appuntamento che prova a rimettere al centro una domanda che resta irrisolta: cosa può ancora la politica, quando la realtà eccede i suoi linguaggi?

La scelta

Il punto di partenza è una decisione individuale, che però si carica immediatamente di significato collettivo. Scotto, deputato del Partito Democratico e figura riconoscibile del dibattito progressista italiano, racconta la scelta di imbarcarsi sulla Karma, una delle navi della Global Sumud Flotilla partita da Genova lo scorso anno con l’obiettivo di rompere simbolicamente e materialmente il blocco navale imposto a Gaza. Una missione umanamente carica di dubbi, responsabilità istituzionali, timore delle conseguenze, per l’autore. Poi la convinzione che, di fronte a quello che definisce «un genocidio in diretta», restare fermi non fosse più un’opzione.

Il racconto

Il libro si muove su due livelli. Da un lato, il diario di bordo: l’attesa, la notte dei droni, l’abbordaggio da parte dell’esercito israeliano, le ore di detenzione, il sequestro dei telefoni. Dall’altro, una riflessione più ampia sul senso politico di quell’esperienza. Non solo ciò che è accaduto, ma ciò che non è arrivato ai giornali: le omissioni, le distorsioni, il rapporto complicato con il governo italiano, il dileggio politico. Il mare, in questo caso, divenne lo spazio che costrinse a ridefinire i confini tra testimonianza e azione.

La notizia

A rendere ancora più attuale il confronto barese di oggi è una notizia di questi giorni: la Procura di Roma ha aperto un’indagine per tortura in relazione a quanto denunciato da alcuni attivisti italiani della Flotilla. Le accuse – violenze, privazione del sonno, divieto di accesso all’acqua durante la detenzione – spostano il piano del discorso dal racconto individuale a quello giudiziario e politico internazionale. Non si tratta più soltanto di una missione umanitaria finita male, ma di un possibile caso giuridico che interroga le responsabilità e i limiti del diritto internazionale.

Il ritorno

Nelle pagine finali, Scotto descrive il ritorno a terra come un prolungamento del viaggio. Incontri pubblici, dibattiti, assemblee: un «corpo a corpo continuo» con il Paese, per restituire l’esperienza e misurare gli umori profondi della società. Ma è la cronaca a interrompere continuamente il racconto. «Arriva la notizia che una bambina di ventisette giorni, Aisha, è morta di freddo nella Striscia di Gaza». Un dato che scivola ai margini dell’informazione, perché «hanno abbassato il volume, non cambiato la musica». La tregua, suggerisce, è solo apparente.

La politica

Il nodo, come si diceva, diventa inevitabile: come trasformare l’indignazione in forza politica? «Un movimento deve misurarsi con questo nodo, se non vuole restare sospeso, senza peso reale». Non per aggiungere un soggetto a un altro, ma per costruire una proposta capace di incidere. La Flotilla, in questo senso, è stata «una forma inedita di potere», riconosciuta persino da governi distanti. Ma non sufficiente. Serve un nuovo multilateralismo, una riforma radicale delle Nazioni Unite, strumenti comuni capaci di governare i conflitti.

La misura

Resta, in filigrana, una consapevolezza più amara. «Siamo tornati alla casella di partenza. Tutto attorno a noi appare come una sconfitta bruciante». Eppure, qualcosa resiste: l’idea che anche un tentativo incompiuto possa aprire uno spazio. «Siamo arrivati a trentacinque miglia da Gaza». Non abbastanza per cambiare il corso degli eventi, ma sufficiente per incrinare la narrazione dominante. La presentazione barese si colloca esattamente in questo scarto: tra ciò che è accaduto e ciò che resta possibile. In una città abituata a essere frontiera, il racconto di Scotto si inserisce come una domanda aperta. Non tanto su Gaza, ma sul nostro modo di guardarla. E, forse, di agire.

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