Pietro entra nel mondo dei writer quasi per caso. Frequenta ragazzi che attraversano Roma di notte, scavalcano recinzioni ferroviarie, inseguono vagoni da marchiare con una firma destinata a viaggiare molto più lontano del corpo che l’ha tracciata. Alessandro Pozzolo restituisce questo ambiente con un’esattezza che nasce dalla familiarità, ma il cuore di Briciole è altrove. Il writing diventa la lingua attraverso cui un ragazzo cerca di sottrarsi alla storia della propria famiglia.
L’eredità paterna
Il conflitto domestico costituisce l’ossatura della storia. Andrea, il padre di Pietro, insegna all’università e interpreta la propria esistenza come l’esito di una lunga catena di sacrifici. Il nonno, rimasto orfano dopo l’eccidio di Schio, lascia la scuola per entrare in fabbrica; il figlio conquista l’università e trasforma quel traguardo in una legge morale. Pozzolo dispone questa genealogia con rigore. Andrea esercita un’autorità severa, spesso feroce, e insieme possiede una coerenza che rende impossibile archiviarlo come un semplice padre dispotico. Ogni rimprovero rivolto al figlio affonda le radici in una vicenda che lo precede. Pietro cresce così dentro un’eredità che avverte come una forma di colonizzazione del proprio futuro.
Da questa frizione nasce la forma. Gli spray, i treni, i depositi ferroviari, le fughe notturne coincidono con il tentativo di appropriarsi di una lingua estranea alla casa. Pietro sceglie un altro nome, Larva, lo ripete ossessivamente sui fogli, poi sulle superfici della città, fino a trasformarlo in una seconda pelle. Il cognome appartiene alla discendenza; la tag appartiene all’atto di sceglierla.
Una sintassi visiva
Pozzolo evita il colore locale e qualsiasi compiacimento documentario. Il mondo dei graffiti emerge dall’interno, come esperienza dello sguardo prima ancora che dell’azione. La preparazione delle incursioni, la tensione davanti ai binari, il rapporto quasi tattile con il metallo dei vagoni restituiscono il senso di un rito. Il lettore arriva a condividere l’urgenza di lasciare una parola sulla lamiera senza che il romanzo senta il bisogno di giustificarla o spiegarla.
La cifra della scrittura risiede nella costruzione delle immagini. La realtà attraversata da Pietro cambia continuamente consistenza. Il ferro sembra respirare, le superfici pulsano, le scale di casa ritornano come un’immagine ossessiva che accompagna ogni scontro con il padre. Sangue, vernice, luce arancione, corridoi, binari ricompaiono con regolarità fino a costituire una vera sintassi visiva. Roma smette di funzionare come sfondo e assume la forma di una proiezione della coscienza.
La stessa energia figurativa espone il romanzo al proprio rischio. Pozzolo sviluppa le immagini per successive espansioni: una figura richiama la seguente, un’associazione ne genera un’altra. Nei passaggi più felici il procedimento imprime alla pagina una qualità ipnotica; altrove prolunga il movimento anche quando la scena ha già raggiunto il proprio equilibrio, disperdendo parte della tensione accumulata. Ma questa rimane una scelta, non un difetto. Briciole appartiene a quella narrativa che considera il passato familiare una materia ancora attiva, capace di modellare il presente molto tempo dopo gli eventi che l’hanno generata. Pietro cambia nome, percorre la città, cerca una comunità diversa da quella in cui è cresciuto. Ogni suo gesto continua però a misurarsi con la gravità delle origini. Pozzolo affida a questa tensione un romanzo ambizioso, sorretto da un immaginario riconoscibile e da una scrittura che possiede già un timbro personale, e a tratti tenero.
