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“Giorgia figlia del popolo”, Bocchino presenta il libro a Bari: «Il melonismo restituisce centralità alla politica» – L’INTERVISTA

Sarà presentato venerdì prossimo a Villa De Grecis a Bari, alle 17.30, Giorgia, la figlia del popolo. Perché Meloni piace agli italiani (Solferino) di Italo Bocchino e con l’autore anticipiamo in questa conversazione alcuni temi del libro. Nel suo libro lei definisce Giorgia Meloni «la figlia del popolo». È soprattutto una definizione biografica o una…
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Sarà presentato venerdì prossimo a Villa De Grecis a Bari, alle 17.30, Giorgia, la figlia del popolo. Perché Meloni piace agli italiani (Solferino) di Italo Bocchino e con l’autore anticipiamo in questa conversazione alcuni temi del libro.

Nel suo libro lei definisce Giorgia Meloni «la figlia del popolo». È soprattutto una definizione biografica o una categoria politica?

«È entrambe le cose. La definizione nasce da un elemento biografico, ma diventa anche una categoria politica. Giorgia Meloni è oggi l’unico leader occidentale che, alla fine del mandato, ha più consenso rispetto all’inizio. Normalmente governare significa perdere voti. Nel suo caso è accaduto il contrario. Questa anomalia va spiegata, e secondo me si spiega proprio con quel tratto: l’essere percepita come “figlia del popolo”. Il popolo si identifica in lei e lei si identifica nel popolo. Le sue origini familiari, la vita in periferia, il lavoro iniziato da giovanissima per mantenersi: tutto questo costruisce l’immagine di una figura che parte da svantaggi evidenti, un underdog. Inoltre la sua vita privata appare distante dalla ricchezza, dai poteri forti e dalle élite. È molto riservata, concentrata sul lavoro e sulla famiglia. Questa identificazione produce un effetto particolare: se una scelta politica non viene compresa, molti elettori non pensano che abbia sbagliato, ma che non abbia potuto fare diversamente oppure che lo farà in futuro».

Nel libro sostiene che la classe dirigente meloniana sia stata costruita «per selezione» e non «per cooptazione». È questa la differenza principale rispetto al berlusconismo?

«Direi di sì. La classe dirigente di Giorgia Meloni non è una classe dirigente cooptata. È il risultato di una selezione molto dura, gerarchica e meritocratica. Questo processo comincia già nella sua esperienza giovanile, nel gruppo romano di Colle Oppio. In quegli ambienti si lavorava molto sulla formazione politica e culturale dei quadri. Da quella esperienza nasce anche una postura etica molto rigorosa. Nel libro alcuni testimoni raccontano come questa generazione sia stata segnata da due eventi: le stragi di Falcone e Borsellino e Tangentopoli. Da un lato c’era la sensazione che la mafia avesse colpito lo Stato; dall’altro lo scandalo dei partiti. Questo ha generato una reazione morale molto forte. È anche la differenza con il berlusconismo. Berlusconi non poteva fare diversamente: quando scese in campo non disponeva di una classe dirigente politica e dovette costruirla rapidamente. Nel caso di Fratelli d’Italia, invece, quella classe dirigente si è formata negli anni».

Lei descrive Fratelli d’Italia come il risultato di una lunga formazione militante. Quanto conta oggi la militanza rispetto alla comunicazione e alla leadership personale?

«Fratelli d’Italia rappresenta la terza fase della storia della destra italiana. La prima è il Movimento Sociale Italiano, che ha costituzionalizzato e democratizzato gli sconfitti della guerra civile. La seconda è Alleanza Nazionale, con la svolta di Fiuggi che rese la destra alleabile e capace di entrare nei governi. La terza fase nasce da un percorso più recente, che affonda le radici nel congresso giovanile di Viterbo del 2004. In quell’occasione Giorgia Meloni vinse contro ogni previsione. Da lì nacque anche un patto generazionale tra i dirigenti di quella stagione: invece di combattersi per conto delle correnti interne, decisero di costruire insieme una nuova classe dirigente. La militanza fu decisiva allora e resta importante ancora oggi, soprattutto per il rispetto delle gerarchie e per la selezione dei quadri. Naturalmente oggi contano anche altri fattori: la leadership personale, la capacità comunicativa. È evidente che questo mondo politico è trainato dal fenomeno Meloni».

Nel libro lei definisce la vittoria elettorale del 2022 uno spartiacque paragonabile alla svolta di Fiuggi. In che senso?

«Fiuggi rese la destra compatibile con il governo, ma la lasciò in una posizione ancora subordinata. Nel 2022 accade qualcosa di diverso: la destra non è più comprimaria, diventa protagonista. Per la prima volta guida il governo con una sua leader. È un passaggio storico se si pensa che l’attuale presidente del Consiglio è una persona che a quindici anni aveva la tessera del Fronte della Gioventù».

Uno dei temi centrali del libro è il «primato della politica». Che cosa significa oggi recuperarlo?

«Significa riportare la politica al centro delle decisioni democratiche. Dopo Tangentopoli in Italia la politica ha perso centralità. Da una parte per il peso delle inchieste giudiziarie, dall’altra per il ruolo crescente della stampa. Una democrazia funziona se i poteri che derivano dal voto popolare – il Parlamento e il governo – restano centrali. Gli altri poteri hanno una funzione di controllo, di equilibrio, non di sostituzione. Quando i contrappesi diventano essi stessi poteri decisivi, il sistema si altera. Recuperare il primato della politica significa ristabilire questo equilibrio».

Nel libro compare anche un capitolo dal titolo molto polemico, «La sinistra odia il popolo». Quando si sarebbe prodotta questa rottura?

«Più che polemico è un capitolo documentato. Riporto una serie di dichiarazioni e di fatti che riguardano la sinistra americana, francese e italiana. Negli ultimi decenni una parte della sinistra si è progressivamente spostata verso le élite culturali, mediatiche e giudiziarie. Il risultato è stato un distacco dai ceti popolari: operai, proletari, ma anche il ceto medio impoverito. Molte di queste categorie hanno trovato nella destra un interlocutore politico più attento alle loro condizioni».

Lei sostiene che il melonismo sia più stabile del berlusconismo. Da cosa deriverebbe questa maggiore solidità?

«Principalmente da due fattori. Il primo riguarda il conflitto di interessi. Berlusconi era uno degli imprenditori più potenti del Paese e questo rendeva la sua posizione politicamente più vulnerabile. Giorgia Meloni invece non ha interessi economici di quel tipo e quindi è meno esposta a critiche o ricatti. Il secondo fattore riguarda la leadership. Nel centrodestra di oggi non esistono figure che possano contendere facilmente la leadership della Meloni. Questo rende il sistema più stabile».

Guardando al futuro, il melonismo resterà un fenomeno italiano o potrebbe diventare un modello europeo?

«Nasce come fenomeno italiano, ma sta già suscitando interesse all’estero. Giornalisti e studiosi europei stanno analizzando il caso Meloni per capire come sia riuscita a costruire una destra capace di governare senza perdere la propria identità. Credo che questo sia l’elemento chiave del suo successo: rinunciare all’ideologia senza rinunciare all’identità. Ed è probabilmente questo il tratto del melonismo che verrà studiato e forse imitato anche in altri Paesi europei».

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