Categorie
Libri

Amarsi nel punto esatto in cui l’amore brucia forte: Bunin e l’anatomia della fine

C’è un paradosso, nella storia editoriale di Lika (Edizioni Medhelan), che dice molto più del libro di quanto sembri. Questo testo nasce tardi, quando tutto è già avvenuto: l’amore, la giovinezza, la Russia stessa. Ivan Bunin lo scrive nel 1933, dall’esilio, mentre il mondo che racconta non esiste più e quello in cui vive gli è ormai estraneo. Lika arriva dopo, come arrivano certi ricordi che non servono a capire, ma a sopravvivere. Pensato come quinta parte di La vita di Arsen’ev, il libro vive a lungo una vita autonoma, instabile, quasi clandestina.

Anche quando viene reintegrato nell’opera, Bunin lo accetta con riluttanza: rifiuta la riforma ortografica del russo, litiga con gli editori, difende una lingua che per lui non è uno strumento ma una patria perduta. Scrivere Lika significa tentare l’impossibile: salvare qualcosa che storicamente non è più salvabile.

L’opera scritta dopo la fine

È il libro di un uomo che ha visto crollare tutto: l’aristocrazia rurale, l’ordine zarista, l’illusione di una continuità culturale. Non a caso Bunin non racconta la maturità né il successo – arriverà il Nobel, ma è come se non gli appartenesse. Racconta invece il punto preciso in cui la vita avrebbe potuto prendere un’altra direzione, e non l’ha fatto. È una retrospettiva morale travestita da storia d’amore, un’autopsia della giovinezza compiuta con la precisione di chi non chiede assoluzioni. C’è un momento dell’opera in cui si smette di seguire una storia e si comincia a respirare una coscienza.

Non accade all’improvviso: è una lenta infiltrazione. Prima sono i campi, poi la luce che cambia, poi un gesto, una mano che non viene ritratta, un biglietto lasciato sul tavolo, una stanza vuota dopo l’amore. Solo dopo ci si accorge che Bunin non sta raccontando una vicenda sentimentale, ma il punto esatto in cui la vita smette di essere promessa e diventa perdita.

Amare senza reggere l’altro

Arsen’ev ama Lika con l’intensità febbrile di chi non sa ancora distinguere l’amore dal desiderio di essere salvato. Lei, invece, è viva, mobile, incoerente. Non è una musa né un simbolo: è una donna che esiste al di là dello sguardo di chi la ama. Ed è proprio questo che Arsen’ev – e Bunin con lui – non riesce a tollerare. Lika non rifiuta l’amore: rifiuta di diventare un destino altrui. Tutto nasce da un’urgenza: fissare ciò che è destinato a scomparire. I paesaggi non sono sfondi ma stati interiori; le stagioni non scandiscono il tempo, lo consumano. La neve, il vento, i campi spogli non decorano il racconto: lo erodono. Bunin osserva perché sa che tutto può essere spazzato via, e che solo ciò che viene guardato a lungo può essere salvato sulla pagina.

Quando l’arte è un alibi

Arsen’ev vuole scrivere, ma non sa ancora cosa. Intuisce però come: osservando fino a far male. Per Bunin la letteratura non consiste nel raccontare eventi, ma nel salvare l’irripetibile. Un uomo che entra in una stanza conta più della notizia che porta; un silenzio pesa più di una decisione. È una poetica che oggi appare radicale, quasi anacronistica, in un’epoca che confonde il senso con la trama. La relazione con Lika fallisce non per mancanza d’amore, ma per eccesso di visione. Arsen’ev guarda troppo, pretende che l’altro regga il peso della sua sensibilità assoluta. Chiede a Lika di condividere non una vita, ma un progetto di salvezza artistica.

Lei non può, non vuole. E quando se ne va con un biglietto – «Non cercarmi più» – non compie un tradimento, ma un atto di sopravvivenza. È qui che Lika diventa spaventosamente attuale. Non come storia d’amore, ma come riflessione sul narcisismo dell’artista, sull’idea che l’arte possa giustificare tutto, persino la distruzione degli altri. Bunin non assolve il suo protagonista. Lo osserva mentre si perde, mentre baratta la vita per l’intensità, mentre confonde la vocazione con l’alibi. Riscoprire l’autore russo oggi significa riconoscere in lui uno scrittore che non crede nella redenzione, ma nella precisione. Lika non insegna e non risolve. Resta. Come restano certi amori che non diventano storia, ma ci definiscono per sempre.

Ed è forse questo, alla fine, il suo gesto più moderno: ricordarci che non tutto ciò che ci forma è destinato a salvarci.

Lascia un commento Annulla risposta

Exit mobile version