Morì a 44 anni, nel 2011, a causa di un tumore ai polmoni provocato dal fumo passivo. Ora la Corte di Appello di Lecce ha respinto l’appello del Ministero della Giustizia e confermato la condanna a risarcire con quasi un milione di euro la famiglia dell’agente della polizia penitenziaria, Salvatore Antonio Monda. I giudici hanno riconosciuto il danno patrimoniale pari a più di 647mila euro e «il danno da perdita del rapporto parentale», quantificato in 294mila euro, calcolato sulla base dell’età della vittima e della presenza di tre figli, che all’epoca della morte del poliziotto erano minorenni.
La consulenza tecnica ha stabilito che la vittima, che aveva prestato servizio nei penitenziari di Milano, di Taranto e infine, dal 1997 al decesso, di Lecce, «è stata esposta al fumo passivo per 20 anni e privata di protezione dal suo datore di lavoro». Nell’aprile 2011 venne diagnostico all’agente un tumore al polmone, rapidamente evoluto in metastasi, che lo portò alla morte nel luglio dello stesso anno. È stato inoltre accertato come Monda non avesse mai fumato, bensì « frequentato quotidianamente luoghi di lavoro esposti al fumo passivo e privi di sistemi di prevenzione e contrasto alla diffusione dello stesso».
Di qui, il «nesso causale tra il fumo di sigaretta passivo cui fu esposto Monda e il tumore polmonare col successivo decesso». I giudici evidenziano che «l’amministrazione penitenziaria era tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per impedire l’esposizione dei propri dipendenti a fumo passivo. L’omessa predisposizione di tali cautele – si legge nella sentenza – integra una violazione del dovere di diligenza e prudenza che incombe sul datore di lavoro pubblico nella tutela della salute del personale».
«Il fumo passivo rilasciato dalle sigarette dei detenuti continua ad avvelenare quotidianamente decine di migliaia di operatori penitenziari, oltre ai detenuti non fumatori», commenta Federico Pilagatti, segretario del Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria che ha supportato i familiari della vittima. «La sentenza, la prima in Italia e in Europa, – conclude – ha segnato uno spartiacque da cui non si poteva più tornare indietro».