Parlare con Paolo Rossi significa accettare una regola implicita: la traiettoria non è mai lineare. Si parte da un’idea – i classici, la satira, il teatro – e nel giro di pochi minuti si è già altrove, tra memoria personale, improvvisazione e deviazioni impreviste. È lo stesso meccanismo che governa il suo lavoro: prendere ciò che sembra intoccabile, da Omero a William Shakespeare, e riportarlo a terra, nel presente. Non c’è nostalgia né reverenza, ma un’idea quasi fisica di teatro come atto vivo, polvere e viscere, che si rigenera ogni sera davanti a chi guarda. È da qui che nasce «Stand Up Classic», in scena stasera al Teatro Excelsior Carmelo Bene di Campi Salentina e il 18 aprile al Teatro Comunale di Novoli.
Rossi, lei definisce Stand Up Classic una «operaccia satirica». Che cosa resta dei classici quando vengono attraversati dalla comicità e dall’improvvisazione?
«È un’operazione di furto. L’arte popolare funziona così: raccontare storie significa sapere che sono già state tutte scritte. E spesso meglio di come le raccontiamo noi. Allora ci si siede sopra, si prova a rigenerarle. È quello che mi hanno insegnato i miei maestri, alcuni dei quali oggi sono classici a loro volta, come Strehler. Ogni sera è diversa, perché la mente è diversa. Si onorano i grandi, da Omero fino a Jannacci. Li si attraversa».
Tra Omero e Jannacci c’è un abisso, oppure no?
«C’è un abisso, certo. Ma anche tanti incontri in mezzo, con uomini straordinari. Il modo giusto di affrontare un classico è questo: ispirarsi, lasciarsi stimolare e accettare di non sapere. Il viaggio, da Omero in poi, riguarda tutti. Una volta mi dissero una frase attribuita a Dario Fo: “Rubare in arte è da geni, copiare è da coglioni”. Poi ho scoperto che non era nemmeno sua. Ma funziona lo stesso».
Nel suo lavoro la satira convive sempre con una vena poetica e civile: oggi è più difficile far ridere o far pensare?
«Io non ho questo problema. Vivo molto in strada, mi nutro delle storie della gente. Sono un contestatore, parto dalla realtà. Anche gli aneddoti cambiano: li ritocchi, li trasformi, fino a non sapere più quanto sia vero e quanto inventato. Ma poco importa. La satira non è solo prendere in giro il potere televisivo: il potere è ovunque, anche nella vita privata. Bisogna solo cambiare bersagli, rinnovare le storie. L’importante è che lo spettacolo diventi una riunione di comunità, che dia conforto e faccia cambiare sguardo sulla realtà».
È ancora un esercizio moderno quello di «aprire gli occhi» al pubblico?
«Io faccio questo. Sono cresciuto in un’epoca che non rimpiango, ma da cui ho imparato una cosa: si va avanti con le gambe, ma con la testa sempre girata indietro».
Lei viene dal Piccolo Teatro di Milano ed è stato vicino alla lezione di Dario Fo: quanto pesa oggi quella tradizione?
«Cerco di liberare i più giovani dal peso dei monumenti. Vanno rispettati, certo, ma anche messi a distanza. Altrimenti diventano ingombranti. A un certo punto devi prendere le distanze, anche artistiche. E poi, diciamolo: quei maestri avrebbero fatto lo stesso, non erano proprio dei bravi ragazzi».
In tanti anni di carriera ha visto cambiare molto la scena comica italiana.
«Ci sono cambiamenti da accompagnare e altri da osservare con più attenzione. Oggi si guarda ancora a destra e a sinistra, ma il sistema è verticale: sopra e sotto. C’è una cultura “alta” e una “bassa”. E poi c’è una cultura orale, fatta di improvvisazione, che non si può catturare. Il rischio è quello di un nuovo Medioevo: una cultura che si autocelebra e una cultura commerciale guidata da logiche di mercato. L’improvvisazione, invece, resta libera».
Lei ha sempre rivendicato una certa libertà, anche rispetto al politicamente corretto. Oggi è più difficile essere trasgressivi?
«Del politicamente corretto me ne frego. Poi non è una questione di difficoltà, ma di senso. Trasgredire per il gusto di farlo trasforma il trasgressore in traditore. È un problema della stand-up: devi alzare sempre l’asticella e alla fine ti si ritorce contro. In televisione, poi, devi essere educato: la gente non ha scelto di vederti. Il rispetto viene prima, anche se sei un sovversivo».
Le manca la televisione di un tempo?
«No. Con i social faccio numeri che in tv non si fanno più. E con più libertà. Certo, il mezzo è il messaggio, e come diceva McLuhan: non so quanto durerà questa libertà. Ma intanto faccio anche cinema, viaggio, cambio. L’importante è restare agili».
Nel suo percorso c’è sempre stato un equilibrio tra anarchia e mestiere: oggi si sente più artigiano o guastatore?
«Il guastatore torna quando serve. Ma per esserlo davvero bisogna essere forti. Oggi vedo anche segnali interessanti: una sorta di rifondazione, un ritorno a una scuola che si diverte, che ruba, che si contamina. Noi abbiamo fatto questo: divertirci, portare conforto, accendere qualcosa. Il passato non è finito, è sotto la cenere. E brucia ancora».









