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Francesca Archibugi racconta Carla Lonzi: «Inseguiva la libertà di essere se stessa» – L’INTERVISTA

Nel documentario oggi a “Conversazioni sul Futuro”, la regista racconta la critica d’arte che, dopo “Autoritratto”, abbandonò la carriera

Francesca Archibugi racconta Carla Lonzi: «Inseguiva la libertà di essere se stessa» – L’INTERVISTA
La regista Francesca Archibugi

Nel 1969, con “Autoritratto”, pubblicato a Bari da De Donato, Carla Lonzi raggiunge uno dei vertici della critica d’arte italiana. Un anno dopo abbandona quel mondo per fondare, con Carla Accardi ed Elvira Banotti, il gruppo “Rivolta Femminile”. Una rottura radicale, che nasce dal bisogno di interrogare il proprio posto nel mondo.

A raccontare le sue svolte e le sue scelte è Francesca Archibugi in “Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo”, documentario prodotto da Fandango e presentato alla Mostra di Venezia. Stasera alle 21 il film sarà proiettato al Cinelab Giuseppe Bertolucci, al Cineporto di Lecce, nell’ambito di «Conversazioni sul Futuro». Seguirà un incontro con la regista, Luca Bandirali e Alessandra Lupo. Archibugi, che conobbe Lonzi da adolescente, quando era compagna di scuola del figlio Battista Lena, oggi suo marito, restituisce il ritratto di una donna lontana dagli stereotipi del femminismo militante.

Archibugi, Lonzi lasciò la critica d’arte proprio quando raggiunse il massimo riconoscimento. Fu una rinuncia al potere o la conquista di una libertà più radicale?

«Innanzitutto Carla lo aveva già fatto. Quando si laureò con Roberto Longhi, il grande storico dell’arte le chiese di rimanere nell’università, di intraprendere una carriera accademica. Lei, sorprendendo tutti, rifiutò. Preferiva fare la critica d’arte, stare a contatto con i giovani artisti, cercare di capire il senso stesso di quel mestiere. Quella successiva fu dunque, per certi aspetti, una seconda rottura. Entrambe avevano la stessa matrice: una ricerca di autenticità, una riflessione sul proprio ruolo nel mondo, una sorta di insoddisfazione che la rendeva rivoluzionaria. Pochi, soprattutto così giovani, decidono di cercare altro nella vita. Carla lo fece e trovò una forma che noi chiamiamo femminismo, ma che in realtà era una riflessione sulle relazioni, mettendo al centro il rapporto tra uomo e donna. Si interrogava su che cosa significhi stare con gli altri. Una ricerca che l’ha portata oltre il femminismo, dentro il pensiero filosofico».

Nel documentario non nasconde le contraddizioni di Lonzi: il rapporto con la maternità e con il figlio, il desiderio di autonomia e il bisogno degli altri. Quanto è stato importante raccontare questi aspetti per comprendere il suo pensiero?

«Carla ha fatto del “personale è politico” un principio fondamentale: tutto passava attraverso la sua esperienza diretta e spingeva gli altri a fare altrettanto. Da qui le sue scelte apparentemente contraddittorie. Pur essendo una grande studiosa, una donna coltissima, riteneva che la cosa più importante non fosse l’accademia, né i libri, né il ruolo da conquistare nel mondo. Il significato della vita risiedeva nell’autenticità delle relazioni. È un insegnamento che vale oggi, ieri e varrà domani: spostare la percezione delle cose verso la propria interiorità. Può sembrare quasi una posizione mistica, e per certi aspetti Carla lo era. Aveva studiato Teresa di Lisieux e le grandi mistiche intellettuali del passato».

Lonzi affidava soprattutto alla parola, al dialogo e alla scrittura la propria ricerca di autenticità. Come ha affrontato il rischio che il cinema finisse per interpretare, o persino addomesticare, una figura tanto radicale?

«Il rischio c’è sempre e non so nemmeno se sono riuscita a evitarlo. Però avevo la fortuna di disporre di materiali inediti e soprattutto di tantissime parole di Carla. Lei credeva nella parola e nel dialogo. Ho utilizzato Taci, anzi parla, le lettere, persino i bigliettini che lasciava al figlio. Ho ricostruito la sua voce con l’intelligenza artificiale, partendo dalle registrazioni originali, e le ho fatto leggere tutti questi materiali. In questo modo è lei a parlare e il racconto diventa naturalmente più intimo. Io non ho voluto raccontare quanto Carla sia stata importante per me. Ho cercato di mostrare com’era. Spero che questo atto d’amore, in qualche modo, parli anche di me».

Lei infatti ha conosciuto Lonzi da adolescente e ne ha poi condiviso una parte della storia familiare. Che cosa ha scoperto attraverso il lavoro di ricerca che i suoi ricordi non le avevano restituito?

«Ho scoperto tantissime cose. Quando si compie un lavoro così approfondito emergono inevitabilmente aspetti e connessioni nuove. Ma non sono una storica del femminismo, né una filosofa. Non ho voluto interpretare il pensiero di Carla: ci sono persone molto più preparate di me per farlo. Volevo raccontare la persona, chi fosse davvero. Quando si parla di femministe radicali, si immagina quasi sempre una donna arrabbiata, rivendicatrice. È un luogo comune che volevo superare. Carla era intransigente perché aveva il coraggio di dire la verità delle relazioni. Ma era anche morbida, accogliente, sensibile, persino sensitiva. Non era affatto arrabbiata. Al contrario, aveva fatto del femminismo la propria gioia, quella che lei stessa chiamava “la mia festa”. Ho voluto raccontare una femminista felice».

Lonzi invitava a sottrarsi ai luoghi del potere, mentre oggi molte battaglie femministe puntano alla rappresentanza e alla conquista di uno spazio nelle istituzioni. Che cosa direbbe alle giovani donne che cercano di cambiare il mondo dall’interno?

«Penso che ognuna abbia il proprio ruolo. Ci sono femministe attiviste, importantissime per il progresso della società. Non dobbiamo essere tutte uguali, ma tutte diverse. È una marcia nella quale c’è chi corre, chi procede lentamente, chi si siede e si ferma a guardare. Si tende invece a uniformare la presenza femminile, a ricondurla a una sola identità. Ma quella presenza è poliedrica, pervasiva, e questa diversità è l’enorme ricchezza dei femminismi che fanno marciare il mondo».