Un richiamo forte alla responsabilità, alla fede e alla necessità di ritrovare un senso profondo dell’esistenza, soprattutto di fronte alla «cultura dello sballo» che coinvolge giovani e adulti. È il cuore del messaggio rivolto alla città dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, al termine della processione di ieri in onore dei santi patroni Oronzo, Giusto e Fortunato.
Da Piazza Duomo, Panzetta ha spiegato il significato di un rito che non può essere soltanto tradizione. Portare le statue dei patroni per le strade di Lecce significa testimoniare pubblicamente che «la santità è il più grande contributo» che la Chiesa può offrire alla crescita della comunità. Una santità che non appartiene soltanto alle figure riconosciute ufficialmente dalla Chiesa, ma vive nei tanti «santi della porta accanto»: uomini e donne comuni che affrontano la quotidianità attraverso la fede, il servizio agli altri, la misericordia e la ricerca della giustizia. Quest’anno le statue sono state portate in processione da alcuni detenuti della casa circondariale di Lecce.
Le mancanze
Alla base della crisi dei valori, ha sottolineato, non ci sarebbero soltanto le trasformazioni economiche, sociali, culturali e politiche, ma una più profonda «crisi spirituale». Particolarmente duro il passaggio dedicato allo sballo. Panzetta ha parlato di una «anoressia spirituale» e di una sorta di «narcosi collettiva» che sta «mietendo tante vittime nei nostri giovani» e coinvolge anche quegli adulti «che non sono mai cresciuti», definiti «adultescenti», più orientati verso l’evasione che verso una responsabilità capace di costruire.
Di fronte a questo scenario, secondo l’arcivescovo, servono persone capaci di creare veri e propri «pozzi di significato». È questa la missione affidata ai cristiani e, più in generale, il messaggio della festa patronale.
La processione diventa non soltanto memoria e devozione, ma invito a costruire una Lecce fondata sulla solidarietà, con un’attenzione particolare ai poveri e ai più deboli. «Ci aiutino i patroni Oronzo, Giusto e Fortunato – ha concluso Panzetta – a fare sul serio con Dio e a costruire una Storia abitata dalla verità e dalla pace».
