Home » Lecce » Trasformare le cadute in opportunità, Mello presenta “Elogio della bocciatura” in Puglia – L’INTERVISTA

Trasformare le cadute in opportunità, Mello presenta “Elogio della bocciatura” in Puglia – L’INTERVISTA

Salentino di origine, classe 1977, oggi nella redazione «Società» del Giornale Radio Rai, Federico Mello torna su una ferita personale

Trasformare le cadute in opportunità, Mello presenta “Elogio della bocciatura” in Puglia – L’INTERVISTA

Stasera, alle 19, alle Officine Cantelmo, Federico Mello presenta in anteprima “Elogio della bocciatura. Perché la tua più grande caduta può diventare la tua più grande opportunità” (Edizioni Bit), che sarà discusso anche domani alle 19 nella sede del Caffè Letterario Neritonensis di Nardò, in dialogo con Andrea Cariglia.

Salentino di origine, classe 1977, oggi nella redazione «Società» del Giornale Radio Rai, Mello torna su una ferita personale – fu «non ammesso» in terza superiore – per trasformarla in una riflessione più ampia sulla scuola, sugli adulti, sull’ansia degli adolescenti, sul peso dei voti e sulla possibilità di non restare prigionieri di un fallimento. È un racconto autobiografico, un saggio civile e una lettera aperta ai ragazzi che si sentono definiti da un giudizio. Ogni anno in Italia circa 150mila studenti delle scuole superiori vengono fermati, il 5-6 per cento del totale secondo il Ministero dell’Istruzione e del Merito, numeri che raccontano di famiglie da affrontare, compagni persi, vergogna, paura di sentirsi marchiati.

Il libro nasce dalla consapevolezza che una bocciatura è una ferita dell’identità e Mello la guarda provando a separare il voto dalla persona, l’insuccesso dal destino. «Tu non sei i tuoi voti. Tu non sei il tuo percorso scolastico», scrive. E da questa frase prende forma un bel saggio che attraversa le cause possibili del fallimento, dalla scelta della scuola sbagliata alle famiglie complicate, dai disturbi dell’apprendimento all’ansia, dalla società della performance al ruolo dei social, fino alla ricerca del proprio «daìmon», quella vocazione personale che spesso la scuola non riesce a intercettare.

Perché ha scelto di dedicare un libro alla bocciatura, un’esperienza che spesso gli adulti minimizzano ma che per un ragazzo può diventare una ferita profonda?

«Ho scelto la bocciatura perché è stata una fase anche della mia vita. Mi avvicino ai cinquant’anni, quindi è anche tempo di bilanci, e vedo sempre più urgente il tema di imparare dagli errori e dai fallimenti. La bocciatura si prestava perfettamente a questo tema».

Lei scrive che un ragazzo bocciato è spesso un ragazzo che «non è stato visto». Che cosa significa davvero vedere uno studente?

«Una ragazza o un ragazzo che non è stato visto, è qualcuno a cui nessuno ha dedicato davvero del tempo. Nessuno si è messo lì a capire che cosa prova, com’è fatto, quali sono le sue qualità. Non è una cosa scontata riuscire a vedere gli altri, anche per gli adulti: sono in tanti a non saperlo fare. Certo, da parte dei docenti sarebbe necessario. Questo non vuol dire che in una bocciatura non ci sia mai una responsabilità del ragazzo, però tra le cause può esserci anche il fatto di essere stati lasciati soli, sia dalla famiglia sia dai docenti».

Il libro critica la scuola dei voti, delle classifiche e delle verifiche continue, un luogo che misura molto ma riconosce poco. È questo il grande limite del sistema scolastico italiano?

«Io non sono un esperto di scuola, anche se ho studiato molto per scrivere questo libro. Il tema dei voti non credo sia l’unico problema. Il grande problema è quello delle risorse e delle riforme che non sono mai strutturali, ma mettono sempre delle toppe. Certo, ripensando la scuola, cosa ancora più necessaria ai tempi dell’intelligenza artificiale, anche il tema del voto avrebbe la sua importanza».

Lei racconta la scoperta inattesa di un talento, di un campo in cui sentirsi finalmente capace, e poi parla del «daìmon», la voce della vocazione contro il «bullo interiore» che ripete di non valere abbastanza. Come si aiuta un adolescente ad ascoltare la voce giusta?

«Il proprio daìmon, in qualche modo, lo si incontra, non c’è un metodo preciso per trovarlo. E allora come si fa a riconoscerlo? Facendo più esperienze possibile. È importante vedere città, incontrare persone, fare esperienze, continuare a mettersi nella situazione in cui si possono avere nuove conoscenze, incappare anche casualmente in cose nuove. È lì che si troverà il daìmon».

Nel libro la bocciatura è il sintomo di un disagio più ampio e per certi aspetti paradossale: ragazzi non visti, come dicevamo, ma sempre esposti. Che cosa ci sta dicendo davvero questa generazione attraverso l’ansia, il ritiro, la rabbia o il fallimento scolastico?

«Questa generazione, con la sua ansia, forse ci sta dicendo che da un certo punto di vista vorrebbe adulti più adulti, meno ansiosi anche loro. E forse che vorrebbe più fiducia, quindi meno fiato sul collo, meno guinzaglio corto. Poi ci sta dicendo anche che, oltre la scuola e la famiglia, c’è ormai questa enorme agenzia educativa che sono i social. Ma gli algoritmi sono cattivi maestri. Anche questo è un problema fondamentale per affrontare il tema dell’ansia».

Lei parla di adolescenti schiacciati tra poche regole e troppe aspettative, iperprotetti eppure spesso lasciati soli. Quanto il disagio giovanile nasce oggi dall’incapacità degli adulti di offrire i limiti giusti?

«I limiti sono quelli che dà un adulto centrato, in grado di avere una relazione matura, funzionale, nella quale si vede l’altro e si esercita il proprio ruolo di adulto, senza paura di esercitarlo. Se invece ci si aspetta qualcosa da un ragazzo che non si riesce a vedere per quello che è, allora si vuole soltanto il nostro desiderio, non quello del ragazzo o della ragazza. Mi rendo conto che è un equilibrio delicato, ma sta qui l’obiettivo più importante, quello della salute di una relazione».