Ancora una morte dietro le sbarre legata al dramma della tossicodipendenza. Un detenuto salentino di 35 anni è deceduto questo pomeriggio all’interno del carcere di Lecce, stroncato da una sospetta overdose da sostanze stupefacenti.
A denunciare l’accaduto è il Sindacato di Polizia Penitenziaria (Spp), che evidenzia come si tratti del terzo decesso per droga registrato all’interno dello stesso istituto leccese negli ultimi mesi, dopo i due casi già accertati tra i mesi di aprile e maggio scorsi.
«Carceri come piazze di spaccio»
La tragedia riaccende violentemente i riflettori sulla facilità con cui gli stupefacenti riescono a varcare le mura dei penitenziari italiani. Il segretario generale dell’Spp, Aldo Di Giacomo, ha espresso parole durissime sulla gestione della sicurezza e della salute nelle carceri: «Questo episodio è la tragica conferma di quanto denunciamo da tempo: la droga circola in grandi quantitativi all’interno delle strutture, in particolare in quelle pugliesi, siciliane, lombarde e campane. I tossicodipendenti rappresentano ormai il 32% della popolazione carceraria totale, con oltre 20mila persone con problemi di dipendenza censite nell’ultima rilevazione dello scorso dicembre 2025. Paradossalmente, si muore di più per droga dentro gli istituti di pena che fuori».
Secondo il sindacalista, la gestione dei flussi di droga sarebbe diventata uno strumento di potere in mano alla criminalità organizzata: «La “mafia 2.0” gestisce un traffico interno spaventoso. I boss e i detenuti che godono di appoggi all’esterno usano le sostanze come merce di scambio e strumento di ricatto. Ormai alcuni istituti penitenziari hanno volumi di spaccio che superano persino le piazze storiche delle grandi città».
Lo scontro sulle soluzioni
L’Spp ha espresso forte scetticismo anche riguardo alle recenti strategie governative per decongestionare le carceri italiane, giudicate insufficienti rispetto alla portata del fenomeno.
Sotto la lente del sindacato è finita in particolare la proposta del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, volta a coinvolgere le comunità terapeutiche per ospitare i detenuti tossicodipendenti o coloro che potrebbero beneficiare dei domiciliari ma non dispongono di un’abitazione privata:
- Numeri insufficienti: Ad oggi i detenuti affidati alle comunità sono appena poche centinaia, una cifra irrisoria rispetto alle reali necessità di spazio e recupero.
- Mancanza di alloggi: Molti soggetti non possiedono un domicilio idoneo per l’espiazione della pena alternativa.
- La richiesta di un piano speciale: Secondo l’Spp, la lotta alle dipendenze in carcere non si risolve con l’assunzione di poche decine di agenti o con i trasferimenti, ma richiede un piano straordinario che preveda l’invio massiccio di personale medico e paramedico specializzato nei trattamenti disintossicanti all’interno dei reparti.
