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“Cambiare sguardo”, Carlo Salvemini: «Il conflitto sociale non è un tabù in democrazia» – L’INTERVISTA

L’ex sindaco di Lecce interroga il progressismo: sicurezza e immigrazione dominano il dibattito, mentre le difficoltà diventano normalità

“Cambiare sguardo”, Carlo Salvemini: «Il conflitto sociale non è un tabù in democrazia» – L’INTERVISTA
L’ex sindaco di Lecce, Carlo Salvemini, autore del libro “Cambiare sguardo”

Oggi, alle 18.30, ai Cantieri Teatrali Koreja, Carlo Salvemini presenta Cambiare sguardo. L’Italia che non vediamo (Manni), in dialogo con Giuliano Foschini. L’ex sindaco interroga il progressismo: sicurezza e immigrazione dominano il dibattito, mentre salari fermi, crescita debole e diritti sempre più difficili da esercitare diventano normalità.

I salari reali, scrive nel libro, sono bloccati da trent’anni. Ma anche il centrosinistra in questi decenni ha governato a lungo: non ha anche compiuto scelte sbagliate?

«Nel libro provo a mettere a fuoco la difficoltà del progressismo di riconoscere le vere emergenze. Negli ultimi venticinque anni l’economia italiana è cresciuta appena del 10%, contro il 50% della Spagna, il 36% della Francia e il 30% della Germania. Sono dati che trattiamo come statistiche, mentre incidono sulla vita quotidiana. I salari reali italiani medi, secondo fonti Ocse, sono diminuiti rispetto al 1991. Un’intera generazione ha lavorato senza vedere crescere la propria retribuzione. Trent’anni sono un ciclo lungo: ci sono responsabilità di chi ha governato da una parte e dall’altra. Cambiare sguardo significa restituire centralità a fenomeni normalizzati, come il nostro lento declino, e riportare alla giusta distanza le emergenze che dominano il dibattito, a cominciare da sicurezza e immigrazione».

Lei ritorna all’articolo 3 della Costituzione sottolineandone due parole, «di fatto». Come si passa dai diritti formali all’uguaglianza reale?

«L’articolo 3 è il cuore dell’identità progressista italiana: la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà e uguaglianza. Produciamo poca ricchezza, per la bassa produttività e le tante attività a scarso valore aggiunto, accanto a imprese d’eccellenza. Bisogna tornare a crescere per avere risorse da destinare a lavoratori e servizi pubblici. Ma la ricchezza non si distribuisce da sola, occorrono scelte salariali e fiscali. Dobbiamo legare conoscenza, ricerca e innovazione alla qualità del lavoro. Altrimenti non basteranno, pur essendo importanti, salario minimo, riduzione del cuneo fiscale e contrasto alla precarietà. Né basteranno gli investimenti del PNRR senza risorse per pagare meglio insegnanti e ricercatori e garantire una sanità adeguata all’invecchiamento della popolazione. Il mio non vuole essere un programma per il centrosinistra, ma quantomeno un invito a cambiare l’ordine delle domande. Gli elettori progressisti non chiedono soltanto di mandare a casa questa destra autoritaria, arruffona e anche un po’ incompetente. Vogliono un’alternativa che incida sulle loro vite, non un eterno presente con protagonisti diversi».

Quali privilegi deve sfidare il centrosinistra, anche a costo di perdere consenso?

«Anzitutto deve tornare ad avere il coraggio di parlare di tasse. Finanziano ospedali, scuole, sicurezza, trasporti, la vita della comunità. Non sono un “pizzo di Stato”, come disse orribilmente la presidente del Consiglio, ma un patto tra Stato e cittadini. La Costituzione impone la progressività. Da anni le istituzioni internazionali raccomandano di alleggerire il carico sul lavoro, riconsiderare la tassazione di rendite e patrimoni, ridurre le disparità tra dipendenti e autonomi. Serve poi rivedere le spese fiscali, tra detrazioni, deduzioni e agevolazioni, che pesano per circa cento miliardi sul bilancio pubblico. Vanno esaminate una per una, eliminando quelle ingiustificate. Le risorse recuperate andrebbero a scuola, università, sanità, servizi di cura, trasporti e diritto all’abitare. Bisogna dichiarare le scelte distributive anche quando tolgono privilegi. Il conflitto sociale non è un tabù: è una condizione vitale della democrazia, soprattutto in un tempo di grandi disuguaglianze».

Lei scrive che un bravo sindaco non è quello che non sbaglia mai ma è quello che sbaglia di meno e sa correggersi. Quale errore riconosce nei suoi sette anni a Lecce?

«Fare il sindaco mi ha insegnato a legare le idee alla vita concreta. Penso alla casa: oggi lavorare non significa potersi permettere un affitto. I salari sono stagnanti, i canoni sono esplosi e nelle città medie e grandi possono assorbire il 50-60% dello stipendio. Non è vivere nelle città, è sopravvivere alle città. Il sindaco è giudicato ogni giorno e non è infallibile. Ma deve usare il consenso ricevuto per prendere decisioni difficili, non rinunciarvi per ottenerlo. Quando perdi per appena seicento voti, come è successo a me, tutto può diventare un potenziale errore: dalle piste ciclabili, vissute da una città autocentrica come un’invasione, al piano comunale delle coste, che mi ha portato allo scontro con i balneari, fino al nuovo piano urbanistico generale, che tocca interessi diversi. Eppure non credo che farei cose diverse. Ho governato sette anni, vinto due volte le elezioni e probabilmente rifarei le stesse scelte. Non è in gioco il destino individuale di chi amministra, ma la possibilità di cambiare quello collettivo, anche a costo dell’impopolarità. Oggi la differenza non è fra radicali e moderati, ma fra chi crede nei propri principi e prova ad attuarli e chi li modifica sulla base dei sondaggi».