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Dal Salento al podio di Sanremo con Ditonellapiaga, Bubbico: «Qui porto la mia storia» – L’INTERVISTA

All’Ariston Carolina Bubbico torna come direttrice d’orchestra per Ditonellapiaga con «Che fastidio!». Ma quest’anno c’è una differenza sostanziale rispetto alle altre volte. «Sono qui con mia figlia», dice. E cambia tutto.

Sanremo, per lei, non è solo una macchina perfetta di suono e televisione. È un luogo emotivo, quasi familiare. Qui ha diretto, arrangiato, imparato. Qui ha avuto accanto Peppe Vessicchio, «una figura quasi paterna», dice. Qui torna con una nuova consapevolezza: quella di un’artista che sogna di essere performer e conductor nello stesso momento.

Fuori dall’Ariston, intanto, c’è «Everlove», il suo nuovo singolo firmato con Becca Stevens, che anticipa un disco radicale: un’orchestra fatta solo di voci. Ma ora c’è Sanremo. E una sfida non semplice: portare un brano elettronico, quasi techno, dentro il respiro di un’orchestra sinfonica.

Bubbico, quest’anno è tornata a Sanremo. Cosa è cambiato dall’ultima volta?

«Intanto sono diventata madre. Sono qui con mia figlia, quindi questo è un Sanremo molto più ricco e dinamico. Poi c’è il bagaglio di esperienze che nel tempo si accumula: una maggiore confidenza con l’orchestrazione, con la gestione di un organico numeroso, con il modo di relazionarsi all’orchestra. Negli ultimi anni ho scritto e portato in giro Pangea, un progetto di world music che racconto attraverso il mio sguardo: lo canto, lo dirigo, l’ho orchestrato io. La mia aspirazione massima è riuscire a essere performer e conductor nello stesso momento. Più musica maneggi, più cresci nel modo di stare dentro la musica e nella sua gestione».

Come è nata la collaborazione con Ditonellapiaga?

«Il primo contatto è arrivato anni fa grazie a Serena Brancale, che è un’amica. Mi mandò un brano di Margherita dicendomi: “Ascolta che originalità”. Mi colpì moltissimo. Le scrissi per farle i complimenti e lei mi rispose con entusiasmo, dicendomi che ero un suo punto di riferimento. Ci siamo seguite a distanza per un po’, poi è venuta ad ascoltarmi all’Auditorium Parco della Musica a Roma. Quando si è presentata l’occasione di Sanremo le ho scritto io: le ho detto che potevamo fare qualcosa di bellissimo insieme. Mi sono proposta. Lei ha accettato con grande entusiasmo».

Il brano non è semplice da portare in orchestra.

«Sì, è stato una sfida altissima. È un pezzo dal taglio club, quasi techno per certi aspetti, molto elettronico. Adattarlo a un organico sinfonico non era scontato. All’inizio ho cercato la chiave, poi quando l’ho trovata si è aperto un fiume. Ho attinto ai grandi maestri dell’orchestrazione anni Settanta, al funk-disco: penso agli Earth, Wind & Fire, al modo in cui i fiati rispondono al cantato. Ho lavorato molto sul call and response: lei espone una frase, l’orchestra risponde con volatine, fraseggi stretti. Ho voluto coinvolgere l’orchestra attivamente, non metterla solo al servizio. E i maestri si sono divertiti moltissimo».

Quanto si è divertita sugli arrangiamenti?

«Ho osato, soprattutto nei ritornelli. Ho aggiunto frasi, risposte, piccole incursioni orchestrali nei vuoti del cantato. Ma sempre rispettando il linguaggio del brano, valorizzando i sintetizzatori che restano fortissimi. La combinazione vincente, secondo me, è proprio questa: sintetizzatori, archi e fiati insieme».

Com’è stato ritrovare Serena Brancale a Sanremo?

«La vedo in gran forma, forse più vicina alla Serena che conosco io. È tornata al centro come cantante, con una vocalità prorompente. Mi sono commossa ascoltandola, le ho mandato un messaggio vocale in lacrime. Io conosco sua madre, siamo state molto vicine per anni. C’è un coinvolgimento emotivo forte. Purtroppo qui è una carneficina di impegni, non siamo ancora riuscite ad abbracciarci».

Il Festival ha dedicato un omaggio al maestro Peppe Vessicchio, scomparso lo scorso novembre. Che rapporto avevate?

«Profondo. Ho lavorato a stretto contatto con lui per mesi. Sono arrivata in finale tra le Nuove Proposte nel 2015 con un brano che abbiamo arrangiato insieme, La vita è tutta mia. Abbiamo prodotto musica, fatto un tour in tutta Italia. Mi ha insegnato un’attitudine alla vita, prima ancora che alla musica. Per me è stato quasi una figura paterna».

Le piacerebbe tornare a Sanremo come cantante?

«Sì, ci penso. Ma vorrei farlo cantando qualcosa che mi appartenga davvero. Credo molto nell’autenticità. Scrivo musica che considero fluibile e semplice, anche se distante da ciò che oggi passa in radio».

Intanto ha lanciato il singolo Everlove.

«È il primo brano di un disco che si intitola Vocalia e uscirà il 10 aprile. È un lavoro internazionale: canto in italiano, ma anche per la prima volta in inglese, spagnolo e portoghese. Everlove è scritto con Becca Stevens, artista americana plurinominata ai Grammy. È un inno all’amore eterno tra madre e figlia. Sia io che Becca siamo madri: volevamo raccontare questa dimensione. Il videoclip, diretto da Stefano Tramacere – il mio compagno – mette in scena il passaggio generazionale: ci siamo io, mia figlia, mia madre e mia nonna. Un ritratto d’amore che ha toccato molti cuori. Siamo tutti figli di qualcuno: è un messaggio che inevitabilmente raggiunge tutti».

Una volta Vincenzo Mollica mi ha detto: «La canzone che vince Sanremo è quella che la mattina canta il panettiere andando al lavoro». Qual è oggi?

«Sono di parte, ma credo che il brano di Margherita sia estremamente catchy. È contemporaneo, radiofonico, parla di qualcosa che appartiene a tutti, del quotidiano. È scritto molto bene. Sì, penso che un panettiere potrebbe cantarlo (ride, ndr)».

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