Chi non legge è perduto è il titolo del suo ultimo libro, ma suona anche come una diagnosi del nostro tempo. Vittorio Feltri lo dice chiaro: leggere non è un passatempo, è una forma di sopravvivenza intellettuale. In un’Italia che legge poco, discute molto e semplifica tutto, il direttore editoriale del quotidiano Il Giornale continua a rivendicare il valore della carta, dei classici e di una libertà di giudizio che non chiede permesso. Ne nasce una conversazione diretta, senza retorica, che dal destino della lettura arriva all’attualità, fino al futuro del giornalismo.
Direttore, parto da una domanda personale: come sta?
«Sto bene, tutto sommato. È un periodo abbastanza nella norma, in cui continuo a tenermi sempre impegnato con il lavoro».
Il titolo del suo libro, «Chi non legge è perduto», è molto perentorio. Davvero pensa che si possa attraversare un’intera vita senza aprire un libro?
«Si può fare tutto nella vita, anche essere degli asini completi. Però io penso che la lettura aiuti moltissimo a capire non solo lo stato d’animo delle persone, ma anche le motivazioni che le muovono. E soprattutto aiuta a interpretare quello che succede intorno a noi, nel mondo. La storia, ciò che è stato, è indispensabile. Bisogna fare una specie di pieno di nozioni che senza i libri non potremmo neppure sfiorare».
In Italia si legge poco e male. Di chi è la responsabilità?
«Una minima parte di responsabilità ce l’ha la scuola. Ma soprattutto ce l’hanno i genitori, che spesso non sono all’altezza di educare i figli».
Quindi il problema nasce in famiglia?
«Sì. Molte famiglie provengono da situazioni di comodità e di povertà intellettuale tali per cui non sono neppure in grado di suggerire il titolo di un libro».
In un’epoca di intelligenza artificiale che scrive articoli, temi, persino romanzi, c’è il rischio che i giovani si allontanino ancora di più dalla lettura?
«È un’insidia, secondo me. Però non sono ancora in grado di valutare la gravità del problema. Io stesso ho delle lacune su questo tema, non conosco abbastanza l’intelligenza artificiale e quindi non posso dare giudizi avveduti».
Ci sono giornalisti oggi che fanno uso dell’IA. Da direttore, come reagirebbe?
«Vorrei esaminare il risultato. È quello che conta. Se il prodotto è buono non me ne importa niente. L’importante è che sia scritto secondo criteri giornalistici corretti».
Lei difende i classici, da Dostoevskij a Manzoni. È ancora possibile avvicinare a questi autori un ragazzo cresciuto tra video e social?
«È una battaglia persa se le famiglie se ne fregano. In una famiglia dove esistono certi principi non è difficile insegnare ai figli ad abbeverarsi alla letteratura. E poi trovo assurdo che per lungo tempo sia stato sospeso l’insegnamento del latino, che non serve solo a leggere ma anche a capire quello che si legge».
Parlando di famiglie, in questi giorni si discute molto della «famiglia nel bosco». Che idea si è fatto di questa vicenda?
«Sono convinto che non si debba intercedere nella vita della gente. Anche se vivono in un bosco, si possono apportare correttivi, per esempio di tipo scolastico. Ma tutto il resto attiene alla loro libertà. Non capisco l’accanimento che c’è stato. Faccio il tifo per questa povera famiglia, perché difendo la libertà di poter vivere come si preferisce».
Dopo una vita nei giornali, vede un futuro per la carta?
«Sopravvivrà a stento».
Viene voglia di cambiare mestiere?
«Io no. Ho sempre avuto l’idea di continuare fino alla tomba».
C’è qualcosa che non rifarebbe del suo percorso?
«No. Ho cominciato giovanissimo e non me ne sono mai pentito. Ho guadagnato, mantenuto la famiglia, girato il mondo. Non credo di aver fatto questo mestiere a casaccio».
Rifarebbe il giornalista, in un periodo così delicato per la carta stampata?
«Sì. Non saprei fare altro».
Si sente più un giornalista o un intellettuale?
«Il termine “intellettuale” mi fa ridere. Io sono solo un cronista»
Chiudiamo tornando al libro. Se la lettura è una salvezza, da cosa ci salva oggi?
«Ci salva dalla mancanza di capacità critica. Dalla superficialità. Dall’incapacità di interpretare i fatti. La saggezza nasce dall’attenzione».








