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Violenza giovanile, Michela Marzano: «Ci sono storie che non vediamo né sappiamo ascoltare» – L’INTERVISTA

Coltelli, risse, video condivisi in tempo reale: la violenza giovanile riemerge ciclicamente nel racconto mediatico come emergenza, tra allarme sociale e indignazione. Ma oltre la superficie della cronaca, resta spesso in ombra la domanda più difficile: che cosa sta davvero accadendo? Per affrontarla serve uno sguardo capace di tenere insieme fragilità individuali e responsabilità collettive. È in questa prospettiva che si colloca la riflessione di Michela Marzano, filosofa morale, docente all’Università di Parigi e editorialista, da anni impegnata a interrogare i temi del riconoscimento, del disagio contemporaneo e delle distorsioni del discorso pubblico, che in questi giorni è stata a Bari dove ha presentato Qualcosa che brilla (Rizzoli), dedicato al disagio degli adolescenti.

La violenza giovanile è davvero in aumento o è soprattutto un effetto di amplificazione mediatica?

«Ogni generazione ha costruito l’immagine di una gioventù più smarrita o pericolosa della precedente. Oggi, però, questa narrazione si intreccia con un dispositivo mediatico che ripete all’infinito le immagini più scioccanti. Non vediamo la quotidianità silenziosa della maggior parte dei ragazzi: vediamo frammenti estremi, isolati, decontestualizzati. E finiamo per scambiarli per la norma. Così si alimenta una paura collettiva che non aiuta a comprendere. La violenza adolescenziale, nella maggior parte dei casi, non è solo un atto: è un linguaggio. Quando mancano le parole e il riconoscimento, il gesto prende il posto del discorso».

Perché ogni episodio produce indignazione e poi silenzio?

«Ogni “ondata” segue uno schema prevedibile: evento, indignazione, richieste di misure urgenti, poi silenzio. Un rituale che rassicura, ma evita la domanda più difficile: perché accade? E soprattutto, che cosa dice di noi? I ragazzi, in fondo, non fanno che rendere visibile una fragilità che attraversa tutta la società. Per questo non bastano risposte emergenziali: serve uscire dalla logica della reazione e tornare a quella della relazione. La violenza non si previene solo con il controllo, ma restituendo ai ragazzi la possibilità di essere visti, riconosciuti, presi sul serio».

Le risposte politiche sono adeguate o rischiano di restare solo punitive?

«Le risposte politiche seguono spesso un copione già scritto: più controlli, più sanzioni, più ordine. Sono risposte che rassicurano, ma che restano in superficie. Perché trattano il disagio come una colpa, anziché come un segnale. Il punto è chiedersi che cosa succede quando una società sceglie sistematicamente di intervenire solo a valle, quando il danno è già avvenuto, e non a monte, dove quel danno potrebbe essere prevenuto. È lì che emerge una contraddizione profonda: da un lato si invoca fermezza, dall’altro si indeboliscono – o si trascurano – proprio quei luoghi in cui il disagio potrebbe essere intercettato prima di trasformarsi in violenza. Non si può chiedere ai ragazzi di “stare dentro le regole” quando il mondo che offriamo loro è attraversato da precarietà, incertezza, mancanza di orizzonti».

Famiglia e scuola sono davvero i principali responsabili o il problema è più ampio?

«La famiglia è spesso il primo bersaglio. Ma ridurre tutto a una responsabilità familiare significa ignorare anni di invisibilità quotidiana. Non sempre manca l’amore: spesso manca il tempo, lo spazio, il linguaggio per riconoscere davvero ciò che accade. Molti genitori sono stanchi, attraversati dalle stesse incertezze dei figli. Così accade qualcosa di paradossale: si è presenti, ma non sempre disponibili all’ascolto. E i ragazzi lo sentono. La violenza, allora, raramente è un fulmine a ciel sereno. È l’esito di una lunga storia di non-detti, di tentativi falliti di essere visti. Ed è proprio qui che la scuola diventa decisiva: allo stesso tempo baluardo e termometro. Quando però diventa soprattutto un luogo di valutazione, di classificazione, di confronto continuo, rischia di amplificare quel senso di inadeguatezza che molti ragazzi già portano dentro».

Siamo ancora in tempo per invertire la rotta?

«Forse la domanda più scomoda è proprio questa. Perché sposta definitivamente lo sguardo. Non più sui ragazzi, ma su di noi. E ci costringe a interrogarci non tanto su ciò che loro fanno, ma su ciò che noi non riusciamo più a offrire. Abbiamo smesso, innanzitutto, di offrire tempo. Tempo vero, non residuale. Tempo non saturato da urgenze, notifiche, prestazioni. Tempo per ascoltare senza interrompere, senza interpretare subito, senza voler aggiustare. E insieme al tempo, abbiamo smesso di offrire parole. Parole capaci di nominare la complessità, di dare forma a ciò che si prova, di aprire possibilità invece di chiuderle in etichette. Abbiamo smesso, poi, di offrire una forma credibile di presenza. Non la presenza perfetta – quella non esiste – ma una presenza autentica. Capace di riconoscere i propri limiti, di non nascondere le proprie fragilità dietro maschere di controllo o indifferenza. E forse abbiamo smesso anche di offrire orizzonti. Non nel senso di grandi narrazioni ideologiche, ma nel senso più semplice e concreto: la possibilità di immaginare un futuro. Siamo ancora in tempo? Sì, ma a una condizione: smettere di inseguire l’emergenza e accettare la fatica del quotidiano. Uscire dalla logica della reazione per entrare in quella della relazione».

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