Mosca, 28 luglio 1980. Pietro Mennea rimonta sul rettilineo finale e conquista l’oro olimpico nei 200 metri. Dall’altra parte dello schermo, quell’impresa segna per sempre Valentina Petrillo. Lì, in un istante di pura meraviglia sportiva, nasce un amore per l’atletica leggera destinato a superare barriere, pregiudizi e un’esistenza controvento. «Quel giorno mi sono innamorata dell’atletica leggera e, in particolare, dei 200 metri. Ho capito che la mia vita sarebbe stata su una pista da corsa».
Tuttavia, il primo impatto con la realtà si rivela un ostacolo amaro. Alla prima prova sul campo, a Caserta, Valentina viene scartata con una motivazione surreale: «Mi fu detto che correvo “come una donna”. Sinceramente, me lo chiedo ancora oggi: ma le donne corrono davvero in modo diverso dagli uomini? Non c’era alcun motivo per dirlo. È stato un episodio che mi fa riflettere tuttora, non è stato semplice da assimilare. Ma alla fine la vita mi ha dato giustizia».
La vita, in effetti, presenta a Valentina conti complessi. A 14 anni le viene diagnosticata la sindrome di Stargardt, una malattia degenerativa che le causa una grave ipovisione. Successivamente affronta il suo percorso di affermazione di genere. Due mondi – quello della disabilità visiva e quello dell’identità transgender – che finiscono per intrecciarsi indissolubilmente con le scarpette da chiodi.
Il significato della corsa
Per Valentina la pista non è una via di fuga, ma un linguaggio con cui comunicare al mondo: «La corsa è il mezzo con cui parlo all’esterno e porto avanti la mia voglia di esistere. Mi ritengo fortunata perché, avendo questa dote fisica e mentale, posso contare letteralmente sulle mie gambe. Per chi vive con una disabilità visiva, sapere di avere due gambe che ti portano lontano è qualcosa di inestimabile. Mi piace la pura, sana competizione agonistica. Quando un giorno non mi alleno, sento che manca qualcosa. Lo sport è un tutt’uno con me».
Un connubio che l’ha portata fino a Parigi 2024, segnando una pagina di storia importante: Valentina è stata la prima atleta trans ad aver mai partecipato ai Giochi Paralimpici.
Il rapporto con i giornali
Raccontare una figura come Valentina Petrillo non è un compito banale per la stampa, ed è la stessa atleta a ripercorrere le tappe di un rapporto con i media spesso scivoloso: «All’inizio c’era una forte morbosità verso la mia vita privata, mentre dello sport si parlava pochissimo. Avrei voluto si interessassero alle mie vittorie, ai miei record. Oggi, fortunatamente, le cose stanno cambiando. Rispetto al 2020 vedo un’evoluzione positiva: meno articoli concentrati sul “passato” o sul deadname e più attenzione alle prestazioni sportive».
Una grande mano a questo cambiamento l’hanno data il suo libro Più veloce del tempo e il film-documentario con Valentina protagonista 5 nanomoli. Il percorso, però, è tutt’altro che privo di ferite. Valentina ricorda ancora con amarezza certi titoli del passato che riducevano la complessità della sua scelta a un mero pettegolezzo o sminuivano l’evento sportivo definendo le Paralimpiadi come «l’altra Olimpiade». Né sono mancate le minacce o l’ostracismo, soprattutto nel mondo degli atleti senza disabilità prima del suo approdo alle competizioni paralimpiche, dove persino la sua ipovisione veniva malignamente messa in dubbio.
La battaglia
Sullo sfondo resta un dibattito regolamentare e politico acceso. Valentina sottolinea con fermezza quanto sia faticosa la terapia ormonale a cui si sottopone da otto anni – un percorso visibilmente depotenziante sul piano fisico – smentendo la narrazione di chi crede che il suo percorso offra «scorciatoie»: «Le mie vittorie sono state spesso accompagnate da narrazioni sbagliate, perché non si entra nel vissuto reale. La terapia ormonale è debilitante. Si tende a dimenticare che lo sport è un diritto fondamentale, legato alla salute e al benessere della persona, come sancito anche dall’Articolo 33 della nostra Costituzione».
Lo sport inclusivo
In chiusura del nostro incontro, Valentina affida a chi fa informazione tre consigli essenziali per trattare le storie di atlete e atleti transgender senza cadere nei soliti stereotipi: mai menzionare il deadname, quindi evitare i dettagli voyeuristici sul passato anagrafico o privato, ciò che conta è l’atleta oggi; utilizzare il pronome corretto e dare priorità ai risultati spostando il focus dalle vicende personali ai meriti cronometrici e sportivi; comprendere il valore umano del gareggiare, cioè capire a fondo cosa significa per quell’atleta poter calcare la pista e rivendicare la propria presenza.
Oggi Valentina Petrillo continua a correre, conscia che ogni suo metro conquistato sulla gomma rossa della pista travalica il valore del cronometro. La sua corsa è diventata un punto di riferimento per chiunque chieda soltanto una cosa allo sport e alla società: il diritto di esistere e gareggiare in libertà.
