A due anni dalle scuse pubbliche, in un’aula del Senato americano, alle famiglie di ragazzi morti suicidi a causa dei social media l’ex enfant prodige, Mark Zuckerberg, torna a rispondere dei danni che le piattaforme da lui create o acquistate possono provocare sui giovani. Questa volta, però, l’uomo che ha rivoluzionato i rapporti interpersonali inventando Facebook più di vent’anni fa, si è trovato in un’aula di tribunale, in un processo storico che potrebbe creare un importante precedente per migliaia di future cause.
Zuckerberg ha testimoniato in altri processi e risposto alle domande del Congresso, ma è la prima volta che si troverà di fronte a una giuria alla presenza non solo della persona che lo ha denunciato, ma anche dei genitori di ragazzi morti o gravemente danneggiati dai social media, seduti in aula a Los Angeles. A portare in tribunale una delle persone più ricche del pianeta, la ventenne californiana Kaley G.M., fortemente coinvolta nell’uso dei social media fin da quando aveva solo sei anni.
Lei e la madre hanno accusato Fb, Youtube, Instagram, Tiktok e Snapchat di essere state progettate per incoraggiare un consumo incontrollato da parte dei giovani utenti di Internet, a scapito della loro salute mentale. Zuckerberg si è scusato con la sua accusatrice e con altre vittime per il fatto che il filtro di Instagram per individuare e quindi limitare l’accesso ai minori di 13 anni non abbia funzionato. Il miliardario 41enne ha sottolineato che sono stati fatti dei progressi ma ha ammesso che «avrei voluto che ci fossimo riusciti prima».
Il processo è iniziato una settimana fa e durerà diverse settimane. Meta e Google devono dimostrare che le loro piattaforme, usate da miliardi di persone in tutto il mondo, sono sicure e che non sono state consapevolmente create per causare dipendenza tra i più vulnerabili come bambini, adolescenti, giovani adulti. Nel mirino anche il modello di business e della pubblicità di Meta che dipende da parametri quali la durata della permanenza degli utenti sulle piattaforme.
TikTok e Snapchat hanno raggiunto un accordo poco prima dell’inizio del processo, i cui termini non sono stati resi pubblici. Durante la sua testimonainza di qualche giorno fa, il capo di Instagram, Adam Mosseri, si è difeso arrivando ad affermare che trascorrere 16 ore al giorno sulla app non è sintomo di «dipendenza».
Gli avvocati di Meta dal canto loro hanno sostenuto che «i problemi di Kaley» non sono stati causati da Instagram ma da altri «fattori nella sua vita». Uno di questi, Paul Schmidt, ha affermato nella sua dichiarazione di apertura che l’azienda non contesta che la giovane abbia avuto problemi di salute mentale, ma piuttosto che la piattaforma abbia avuto un ruolo sostanziale in tali problemi. Il legale ha anche fatto riferimento a cartelle cliniche che mostravano una vita familiare turbolenta, accusando Kaley di essersi rivolta contro Meta «come meccanismo di difesa o come mezzo per sfuggire ai suoi problemi mentali». Sempre più Paesi nel mondo si stanno adoperando per limitare l’uso dei social media da parte dei giovani. L’Australia, alla fine dell’anno scorso, ha introdotto un divieto per i minori di 16 anni di accedere alle piattaforme.










