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Un Sanremo addomesticato, Massarini: «È il Festival dell’industria» – L’INTERVISTA

Sanremo resta «una delle più grandi vetrine commerciali che esistono»: Carlo Massarini lo dice con la calma di chi il Festival lo conosce da dentro. Alla vigilia dell’edizione 2026, il giornalista e conduttore, protagonista delle edizioni 1987 e 1988 accanto a Pippo Baudo, lo guarda come un fenomeno perfetto e prevedibile.

Massarini, che cosa rappresenta oggi il Festival di Sanremo nel sistema culturale e musicale del Paese?

«È una delle più grandi vetrine commerciali che esistono. Per molti ragazzi è il passaggio dall’essere semi-anonimi all’essere semi-star, un grande trampolino di lancio. Dal punto di vista musicale è il massimo momento di lancio potenziale di nuovi cantanti o di recupero di vecchie carriere. Culturalmente è una vetrina sul mondo italiano, ma raramente c’è la canzone che fa tremare qualcuno: mi sembra un Festival abbastanza addomesticato. A volte può creare notizia. Il problema è che quelle notizie spesso sono sceme: uno che bacia in bocca quell’altro, il conduttore che scopre i social. Robetta».

Lo guarderà con spirito critico o con curiosità?

«Curiosità. È la mia settimana di acculturamento verso le tendenze giovanili, che peraltro mi interessano pochissimo. Ogni tanto trovo qualcuno che mi incuriosisce, anche solo per una canzone. Poi scopro che Finardi, che è il mio partner in crime – stiamo preparando un programma radiofonico insieme – negli anni scorsi ha passato il tempo a ballare i pezzi di Olly mentre portava il cane fuori la sera, e rimango basito. Quel piccolo banale stupore è la cifra stessa del Festival»

La canzone “sanremese” esiste ancora?

«Certo: sentimenti, grande esplosione vocale – quando il cantante ci arriva – storie d’amore. Anche se spesso quando ti dicono “sembra una canzone da Sanremo” non è un complimento».

Il cast di trenta artisti conferma l’idea di un Festival sempre più grande.

«È la fiera dell’industria: più gente ci metti dentro, più gente ha una chance. Un po’ come il campionato di calcio passato da sedici a venti squadre. Il problema è che almeno metà delle canzoni sono brutte e devi stare alzato a delle ore improponibili per cinque giorni di fila. Magari è una delle cause del calo della produttività italiana (ride, ndr)».

Che ricordo conserva delle sue edizioni di Sanremo, nel 1987 e nel 1988, quando il Festival viveva anche la stagione del Palarock e della grande apertura internazionale?

«Sono stati due anni formidabili. Nel 1987 la serata degli stranieri con Whitney Houston, Paul Simon e i Duran Duran segnò il picco assoluto di ascolti. Prima dei record più recenti, quello era il massimo storico. Il cast era pazzesco. Dopo quei due anni forse avrei anche potuto fare il Festival principale, ma Sanremo non è soltanto una questione di bravura: entrano in gioco equilibri, pesi, dinamiche che vanno oltre».

Che cosa ricorda degli incontri con quelle grandi star?

«Erano incontri necessariamente brevi. Non c’è tempo per fare amicizia dietro le quinte: li vedi da vicino, li osservi per un momento, poi ciascuno torna al proprio ruolo. In quel momento avevo già intervistato gente del calibro di David Bowie e Frank Zappa, non ho mai sofferto la sindrome della grande star. E a Sanremo capita anche un effetto curioso: ti trovi davanti giganti nel loro settore — penso ai Manhattan Transfer — che nel calderone del Festival finiscono quasi per sembrare degli sconosciuti».

Quanto è diverso il Festival di oggi da quello di allora?

«Molto. Oggi è dichiaratamente per i giovani. Ai conduttori viene chiesto soprattutto di essere popolari e di essere dei metronomi perfetti. Conta anche conoscere il mercato giovanile: noi boomer conosciamo sì e no metà dei cantanti in gara e dobbiamo chiedere ai figli chi sono».

Sanremo riesce ancora a sorprenderla musicalmente?

«A volte sì. L’anno dei Måneskin fu una botta pazzesca. Altre cose le scopri dopo: per esempio “Incoscienti giovani” di Achille Lauro mi ha persino commosso».

Nel Festival vede tracce della televisione musicale innovativa che lei ha contribuito a creare?

«No. Non si racconta la musica: si introduce la canzone dicendo di cosa parla, ma non c’è voglia di raccontarla davvero».

Per chiudere, mi racconta del programma radiofonico che sta preparando con Eugenio Finardi?

«Si chiamerà Extraterrestri. Metteremo musica in libertà, spiegandola, raccontandola, contrapponendola ad altre cose. È un po’ come tornare alla radio di cinquant’anni fa, quando potevi parlare senza vincoli e proporre quello che ti piaceva davvero».

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