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Transizione 5.0, il Governo convoca le imprese. Confindustria: misura che «mina la fiducia verso le istituzioni»

Il governo risponde alle richieste degli industriali e, dando seguito alle intenzioni già espresse dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto fiscale, chiama le imprese per discutere degli incentivi di Transizione 5.0. Il tavolo si terrà al ministero delle Imprese mercoledì primo aprile. La convocazione è arrivata dallo stesso Mimit, d’intesa con il ministero dell’Economia e con il ministero per gli Affari europei e del Pnrr, ovvero dai tre rappresentanti dell’esecutivo, Adolfo Urso, Giancarlo Giorgetti e Tommaso Foti, finora più impegnati nel dialogo con il mondo imprenditoriale.

Il confronto, invocato a gran voce dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, verterà su quella che le imprese hanno definito una misura «molto penalizzante» e tale da «minare la fiducia verso le istituzioni».

La norma inserita nel decreto approvato venerdì prevede che, alle aziende che avevano fatto investimenti nel 2025 con domande presentate dopo che era stato raggiunto il limite previsto per Transizione 5.0, spetti nel 2026 un credito d’imposta «nel limite di spesa di 537 milioni di euro pari al 35 per cento dell’ammontare del credito d’imposta richiesto». Troppo poco, secondo gli imprenditori, rispetto agli 1,3 miliardi inseriti a favore delle imprese nella legge di bilancio e stabilito per di più «in modo ingiustificato».

Sul tema non tutti i ministri si presentano compatti, ma nel governo c’è chi una giustificazione però la vede. Sia tecnica che politica. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ne ha già spiegato la ratio di fondo: la guerra in Iran ha scompaginato le carte in tavola, ha creato una situazione imprevedibile e non si può far finta di niente. Sono nate nuove emergenze di fronte alle quali – considerando che invece i vincoli di bilancio non sono cambiati – è necessario fare delle scelte: l’opzione è tra distribuire bonus a tutti, sostanzialmente parcellizzando gli aiuti anche tra chi non ne ha reale bisogno, o concentrarli sulle situazioni più delicate. Tecnicamente poi, il decreto si pone in continuità con la legge di bilancio, richiamandosi direttamente al comma 770.

Per rispondere a chi era rimasto a bocca asciutta su Transizione 5.0, nell’iter della manovra era stato infatti inserito un fondo da 1,3 miliardi destinati genericamente a «misure a favore delle imprese». Quelle risorse potevano essere destinate agli incentivi. A leggere bene però, non sulla base della disciplina di 5.0, ma applicando per quegli investimenti i criteri di Transizione 4.0 sul 2026, con un credito d’imposta più basso, al 20% anziché al 45%. Il tutto per tenere conto delle regole Eurostat, secondo cui gli incentivi Transizione 5.0 vanno conteggiati tutti sul deficit 2025 – che il governo voleva rigorosamente tenere sotto il 3% – mentre quelli di 4.0 possono essere imputati all’anno nel quale sono erogati e non quello in cui sono realizzati gli investimenti (oltre all’impossibilità di trovare coperture nel 2025 alla fine dello stesso esercizio).

Confindustria Lombardia ribadisce intanto le critiche e parla di «un cortocircuito» che risulta «inaccettabile». Mentre il presidente di Coldiretti Ettore Prandini assicura, dopo un confronto con Giorgetti, che «l’agricoltura verrà rimessa nella condizione di poter continuare ad investire in termini di innovazione».

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