Il Premio Saba arriva come un sigillo inatteso su «Lacrimae rerum» (Einaudi), un libro duro, nervoso, attraversato da una furia morale che non concede tregua. Patrizia Valduga accoglie il riconoscimento con un misto di pudore e orgoglio, ma soprattutto con la stessa lucidità spietata che attraversa i suoi versi. Ne nasce un dialogo che non cerca rifugi, e che della poesia difende – ancora – la necessità.
Il Premio Saba per la sua ultima opera arriva quasi come un incontro simbolico: Saba è stato il poeta della verità nuda, della confessione senza orna- menti. Nel suo poemetto, però, quella verità sembra diventare quasi una materia incandescente. Che significato ha per lei?
«Mi vergogno un po’: Saba è un grandissimo e io non sono che un piccolo epigono. E però ne sono anche un po’ fiera, non lo nego. Mi pare di avere due cose in comune con lui: l’amore per la rima “facile” e l’ossessione per la psicanalisi. Ma la parola “verità” mi intimidisce, vale per Saba ma non per me. E poi, non è l’essere più molle che si costruisce il guscio più duro? Credo che l’abbia detto Bachelard. Il mio libretto sembra duro, e a me Saba non è mai sembrato tenero. Ha anche scritto, per esempio: “e pur dolce sarebbe / farla, un poco, patire”…».
Il titolo virgiliano, «Lacrimae rerum», suggerisce che il mon- do custodisca una memoria del dolore. Nei suoi versi, però, il dolore non è solo contempla- to: viene interrogato, accusato, quasi provocato. Che rap- porto ha oggi con questa idea delle “lacrime delle cose”?
«Non mi piace “lacrime delle cose”, preferirei “lacrime per i fatti”. Se è un genitivo oggettivo, dà più senso. Le cose non piangono, e non fanno neanche piangere. Fanno piangere solo se suscitano un sentimento che fa piangere. Quelle di Enea sono per la morte degli eroi troiani, e le mie, “si parva licet” – che è sempre Virgilio – sono per lo sterminio del popolo palestinese».
Nell’opera, la storia contemporanea – la guerra, la violenza del presente – entra continua- mente dentro la voce poetica. La poesia può ancora misurar- si con la storia, oppure è ine- vitabilmente destinata a par- lare soprattutto dell’io?
«La poesia ha la sua misura in se stessa. Semmai è il poeta che potrebbe misurarsi con la storia. Ma non è il mio caso: io sono solo una povera decrepita psicotica che, di fronte a queste carneficine, s’indigna con i carnefici e anche con l’indifferenza e l’inerzia e la complicità di quello che credeva il suo mondo, quell’Occidente che gridava “liberté, égalité, fraternité”, che si faceva un dovere del diritto degli altri».
Lei è sempre stata una poetessa della forma: metri rigorosi, sonetti, architetture precise. Eppure dentro queste forme si muove un linguaggio impetuoso, quasi scandaloso. È una tensione che nasce dal bisogno di contenere la passione o di metterla in evidenza?
«La forma chiusa e la rima sono il mio piacere. Posso parafrasare D’An nunz io? Allora dirò così: la forma chiusa mi appartiene come il più profondo dei miei istinti. Mi viene naturale anche senza passioni da contenere o enfatizzare».
Nel poemetto affiora più volte la presenza di Giovanni Raboni, non solo come figura letteraria ma come interlocutore intimo. A distanza di anni, co- me continua questo dialogo? È diventato memoria, oppure resta una voce con cui sente ancora di confrontarsi?
«E come potrei confrontarmi con un genio? Sono ancora, e sarò fin che ho vita, la sua umile allieva diligente. Non smetto mai di leggerlo, e non smetto mai di imparare da lui».
Nel libro entrano molti autori: Virgilio, Baudelaire, Pascoli, Freud. Non semplici citazioni, ma presenze che abitano il testo. Scrivere poesia è anche un modo per continuare una conversazione con la tradizione?
«Penso che ogni poeta porti dentro di sé i grandi autori che ha letto e amato. Un piccolo epigono può solo citarli, un grande poeta li fa sentire, fa sentire che sono in lui e con lui. Si potrebbe usare la parola che usa Aby Warburg, “Nachleben”, vite dopo la vita, sopravvivenze. I grandi sono i portatori di Nachleben. Ecco, con i grandi, i grandi continuano a vivere».
«Lacrimae rerum» ha anche un tono di invettiva morale. In un tempo che chiede alla poe- sia di essere discreta, lei rivendica una voce forte, polemica. La poesia deve ancora disturbare?
«Non ho di queste pretese: scrivo quello che mi viene da scrivere. Posso citare Raboni? La poesia deve essere, di volta in volta, “inaudita, imprevedibile, irrecusabile, e identica solo a se stessa”. Quello che produce nel lettore, irritazione o ammirazione o noia, non è mai affar suo».
Alla fine del libro resta una domanda implicita: perché continuare a scrivere poesia oggi?
«Le risponderò con una tautologia: la poesia è un grande conforto, ma solo per chi può essere confortato dalla poesia. Oltre che dalla velocità e dal rumore, quest’epo – ca è dominata dall’imitazio – ne, dalla degradazione della poesia. Quella che oggi piace è la pseudo-poesia, la para-poesia, la simil-poesia, che viene spacciata per vera poesia da chi la poesia non sa che cosa è, che cosa è stata, che cosa sarà.».