Se i film che sovvenzioniamo con i soldi pubblici sono come l’ultimo con Marinelli, mi sa-mi sa che Sangiuliano c’ha ragione. E la domanda arriva inevitabile: ma perché dobbiamo pagarli noi?
Sono andato a vedere “The Echo Chamber”, di Andrea Pallaoro, ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. Due ore. Centoventi minuti. Una piccola eternità durante la quale Luca Marinelli soffre, guarda nel vuoto, soffre ancora, attraversa stanze, prende farmaci, contempla il proprio dolore. Marinelli, sia detto con la serenità di chi lo sostiene da anni, resta nell’opinione di chi scrive uno degli attori più sopravvalutati del cinema italiano contemporaneo.
Qui offre tutto il repertorio: faccia scavata, tormento, silenzi gravidi di significato. Talmente gravidi che alla fine rischiano il parto. La storia mette insieme amore tossico, dipendenza, lutto, oppiacei, desiderio e controllo. Ingredienti sufficienti per un film magnifico. Il risultato, ai miei occhi, è una trama fatiscente, zeppa di cliché e immersa in quella lentezza che nel cinema d’autore viene spesso scambiata per profondità.
Poi arrivano i titoli di coda. E lì lo spettatore diventa contribuente (anche se in realtà lo scopriamo già nei titoli di apertura). La produzione dichiara il contributo del Fondo cinema del ministero della Cultura, quello della Regione Lazio attraverso Lazio Cinema International con fondi europei e il sostegno di Creative Europe MEDIA. Rai Cinema figura tra i produttori.
Ed ecco che mi torna in mente Gennaro Sangiuliano. L’ho intervistato a Bisceglie e sul cinema era stato molto chiaro: «Un minimo di sovvenzionamento va dato». Subito dopo aveva aggiunto: «Bisogna contrarre il finanziamento e puntare alle produzioni di qualità». E aveva chiuso con una formula che sembra uscita dalla filosofia di Miles Davis: «Meno e meglio. Meno e meglio». Ecco, «meno e meglio» sarebbe già un progresso rivoluzionario. Perché il cinema italiano ha sviluppato un curioso rapporto con il mercato: ama il pubblico quando compra il biglietto e ama lo Stato quando il pubblico sceglie altro.
Il produttore mette in scena il rischio artistico; una parte del rischio economico finisce invece sulle spalle di chi paga le tasse. L’ex ministro ha ricordato anche un dettaglio oggi quasi osceno: la grande stagione del nostro cinema nacque con produttori che mettevano capitale proprio, arrivando a usare le cambiali. Gente strana, evidentemente. Produceva film pensando anche a chi avrebbe dovuto guardarli. Il sostegno pubblico alla cultura ha una sua ragione: opere difficili, ricerca, esordi, patrimonio culturale. Proprio per questo ogni euro pubblico dovrebbe diventare prezioso. Se arriva facilmente, il rischio diventa produrre per il finanziamento, per il festival, per la commissione, per il salotto. Lo spettatore arriva ultimo, magari dopo il cocktail veneziano.
“The Echo Chamber” può piacere, naturalmente. Al sottoscritto ha procurato soprattutto una nuova simpatia per l’orologio. In sala, intanto, ho contato almeno sei persone che russavano. Sei. Giuro. Viene da farsi una domanda, quasi «terra-terra»: quando un produttore sceglie un film, quanto deve rischiare lui e quanto dobbiamo rischiare noi? Ritorna il mantra «Meno e meglio. Meno e meglio». Sul «meglio» possiamo litigare per ore. Sul «meno», almeno, vale la pena cominciare a discutere.
