L’Italia si conferma maglia nera in Europa per spreco alimentare domestico. Secondo il Cross Country Report 2025 di Waste Watcher International, ogni italiano butta in media 555,8 grammi di cibo a settimana, più di francesi, spagnoli, tedeschi e olandesi. Su base annua lo spreco supera i 5 milioni di tonnellate, per un valore economico di oltre 13,5 miliardi di euro. Un dato ancora lontano dall’obiettivo Onu 2030, che prevede una riduzione fino a 369,7 grammi settimanali.
Nonostante il primato negativo, emerge un segnale incoraggiante: dal 2015 lo spreco pro capite è diminuito di quasi 100 grammi a settimana, segno di una crescente consapevolezza ambientale. Tuttavia, il problema resta grave, soprattutto nel Sud e nelle Isole, dove si superano i 628 grammi settimanali, e nella ristorazione collettiva e scolastica, dove viene scartato circa il 30% del cibo preparato.
A livello globale, secondo l’UNEP, ogni anno si sprecano 1,05 miliardi di tonnellate di alimenti, mentre 670 milioni di persone soffrono la fame. Lo spreco alimentare è responsabile di quasi il 10% delle emissioni globali di gas serra e consuma un quarto dell’acqua dolce agricola: se fosse uno Stato, sarebbe il terzo emettitore mondiale dopo Cina e Stati Uniti.
In questo scenario, alcune buone pratiche emergono. I mercati all’ingrosso di Italmercati recuperano oltre 6mila tonnellate di ortofrutta l’anno, mentre Coop, con il progetto Buon Fine, ha donato nel 2025 4.900 tonnellate di cibo, garantendo quasi 10 milioni di pasti. La sfida decisiva, però, si gioca ancora nelle nostre cucine.










